DISCORSI SEMISERI DI TRE ANIME ERRANTI - edizione anticipata sulla pagina fb di “www.ingiustiziequotidiane.it” in attesa del ripristino del sito
- Tema del mese: Covid-19 (COronaVIrus Disease 19)
Carognavirus
Ho scritto questo pezzo il 12 marzo, lo preciso perché sono passate tre settimane e sembra una vita fa; alcune cose le dovrei modificare - nel frattempo ho fatto la spesa, e sono in cassa integrazione - ma ho deciso di lasciarle, perché è giusto ricordare. Non so se saremo davvero migliori una volta passato tutto questo, ma provarci significa innanzi tutto non dimenticare. Parlare di covid-19, adesso, non è semplice. Perché ne parlano tutti e sembra impossibile dire qualcosa di significativo, perché le notizie cambiano di ora in ora, i numeri cambiano di ora in ora, i decreti anche – e sembra impossibile anche dire qualcosa di aggiornato. Io non sono un medico, ho studiato filosofia e la mia arte sono le seghe mentali: mi interessano le persone, quello che hanno dentro e che nessuna tac o risonanza può mostrare. E devo dire che in questo periodo sono molto confusa, e spaventata – dal virus, dall’ignoranza, ma sopratutto dall’arroganza. Quello che faccio, quando sono confusa e spaventata, è cercare dei punti fermi che mi possano illuminare in qualche modo il cammino; non sono i miei punti d’arrivo, non necessariamente, ma mi aiutano. Così sto cercando di fare anche ora, mi soffermo sulle cose importanti anziché perdermi nell’ansia – cioè, almeno ci provo, con risultati alterni in realtà. Ma concentriamoci sul positivo. Ho imparato per esempio che “42” non è più la risposta; la risposta ora è: lavarsi le mani. Qualunque sia la domanda. Il giornalista chiede: ma le mascherine servono? Il medico risponde: lavarsi le mani. Il giornalista chiede: i trasporti funzioneranno? Il politico risponde: lavarsi le mani. Il lavoratore chiede: mi è garantita la sicurezza? Il datore di lavoro risponde: lavarsi le mani. A me questa risposta piace, mi ricorda tanto mia mamma che gridava: è pronto, lavarsi le mani! in tempi in cui nessuno ancora lo diceva. Ho imparato anche quali sono le cose davvero importanti. I servizi essenziali, come dicono nei decreti: ospedali, farmacie, supermercati, call center. Magari se le cose dovessero peggiorare decideranno di restringere ulteriormente il campo, magari finiranno per chiudere anche i supermercati – dio non voglia, ho solo sette kg di pasta in dispensa; ma stiamo tranquilli, che i call center ci saranno sempre (questo lo dico, chi mi conosce lo sa, non da vittima bensì da protagonista; ma sono molto arrabbiata e sto finendo di contare fino a dieci milioni prima di parlarne). Ho imparato che tutti amano il teatro, questa è una cosa che proprio non sospettavo; sono tutti disperati che non si possa andare a teatro.
Tema del mese: Covid19 2.0 -prima della fase2
Quarantena, giorno n + 1. Non guardo più i telegiornali, leggo ogni tanto un articolo suggerito da qualcuno che stimo. Ho perfino sbagliato a dare la mia mail personale al lavoro, e così per un pezzo sono stata tagliata fuori da qualsiasi comunicazione e aggiornamento. Quando mi capita di sentire qualche notizia, scopro che non è cambiato niente: ti danno i numeri di morti-contagiati-ricoverati-terapia intensiva-a casa-in casa di riposo-guariti e non so cos’altro… una sfilza di numeri che significano vita e morte e che riferiti in questo modo non hanno alcun significato, sembrano numeri del lotto a troppe cifre. Per fortuna la mia bacheca Facebook pullula di notizie date con garbo e intelligenza, molto più – sia dell’uno che dell’altra – del tg nazionale; le persone esprimono le loro paure, i loro dubbi, la loro rabbia. Ho appreso da Facebook della morte di Sepulveda, e ho apprezzato la dolcezza con cui gli amici ne parlavano. Ho tanto riso alle battute su chi gli aveva riconosciuto libri non suoi; poi ho anche riflettuto, grazie a chi diceva: ma insomma, voi non sbagliate mai? E però alla fine era più divertente la presa in giro; io sbaglio, ma non finisco in tv e nemmeno sui giornali. Tutto questo c’entra con il virus, e anche no; ma c’entra: perché tutto, ormai, c’entra con il virus. Mio fratello in terra straniera lo rivedrò forse l’anno prossimo; Mikael, che compirà due anni ad agosto, lo vedo crescere via skype. E il bambino in pancia? Anche i nipoti vicini li vedo solo in foto, sulla stradina di casa con la bici e la mascherina. Altri, più grandi, li vedo sofferenti come animali in gabbia, scappano per i campi in cerca di incontri clandestini che diano conforto alle loro inquietudini. Sono tutti specchi. Siamo tutti specchi. Mi preoccupa la fase due perché non sono sicura di quello che troverò fuori.
DISCORSI SEMISERI DI TRA ANIME ERRANTI
Il tema del mese: “Gli sforzi dell’ordine”
Non sono un’appassionata di divise. Mi incutono timore, non sicurezza. Mi fa paura pensare che possano usare la forza pur senza averne il diritto, che possano impormi qualunque cosa sfruttando la mia ignoranza o la mia debolezza. Questo da sempre, da prima di Genova, da prima di Cucchi, e senza aver mai avuto esperienze personali negative. È strano anche perché sono in genere piuttosto ottimista, ma tutta questa stima e questa fiducia nelle forze dell’ordine, non so, non ce l’ho.
La prima volta che mi han fermato in macchina ero in vacanza in Sicilia, e stavo guidando io; in una settimana è successo forse quindici volte, alla fine mi fermavo da sola, appena vedevo polizia o carabinieri; accostavo, mostravo i documenti, e poi chiedevo informazioni stradali. Era diventata un’abitudine anche piacevole e non mi faceva più paura, non ho mai avuto problemi di alcun tipo. Sono passati vent’anni e non sono più stata fermata, eppure se vedo una macchina blu a lato, e un tipo con la paletta rossa, il cuore mi batte sempre forte e trattengo il fiato finché non passo oltre.
La prima vera esperienza deludente è stata qualche anno fa, in occasione di un incidente in macchina. Noi facevamo i trenta all’ora in una strada buia, stretta e ghiacciata; il ragazzo che arrivava dalla parte opposta faceva qualcosa di più dei trenta all’ora e quando dalla curva è arrivato direttamente addosso a noi la nostra macchinina si è fermata, di botto, col muso accartocciato – l’altra macchina, grossa, non era affatto accartocciata, e lui è subito ripartito e con la scusa di liberare la strada si è spostato di duecento metri. Voleva tornarsene a casa a chiamare il papà, mi ha detto, ma non preoccuparti, è colpa mia, ho invaso la vostra corsia, non ho intenzione di scappare, davvero. A casa naturalmente non gli ho permesso di tornare, ma dopo aver chiamato il papà la versione era: forse è colpa un po’ di tutti e due, e quando il papà era arrivato la colpa era tutta nostra. Abbiamo chiamato il 112 perché le cose si stavano mettendo in modo non eccessivamente amichevole. Mi ricordo che abbiamo aspettato tanto e che faceva tanto freddo, e che quando sono arrivati i carabinieri uno dei due ha detto: siete fortunati che non correva neanche tanto, se no invece che qua adesso eravate su per il monte. A lui, al ragazzino con macchinone, niente. A noi che siamo stati fortunati perché invece che moltissimo il tipo correva solo un po’. Qualche giorno dopo, quando ho chiamato chiedendo un verbale che all’avvocato serviva per l’assicurazione, mi hanno risposto in maniera piuttosto sgarbata che non avevano fatto alcun verbale e che erano usciti solo per farci un piacere. Un piacere.
Un piacere.
Il tema del mese: Errori
Io e gli errori
Se dobbiamo parlare di errori, mi sa che siamo tutti degli esperti. Diffiderei di chi non sbaglia, o crede di non sbagliare. E che noia dev’essere, poi, una vita fatta di perfezioni.
Ma voi ne conoscete qualcuno? Cioè, qualcuno che non sbaglia mai, lo conoscete? A parte l’immancabile moglie/marito/amante/fratello/collega/capo che si pone come infallibile. E lì di solito si tace per sfinimento, perché se uno è convinto è convinto eh, discutere ti porta alla morte.
Quindi, diamo per assodato che tutti noi sbagliamo. I più carini dicono che solo chi fa può sbagliare, e fin qui son d’accordo. A criticare gli altri con capaci tutti, ma hanno più tempo quelli che si ritrovano senza nulla da fare, perché per non sbagliare non ci provano neanche.
Dunque, torniamo al punto di partenza: sbagliamo tutti. La cosa interessante degli errori è quello che ci insegnano. Se impariamo qualcosa, allora ne è valsa la pena; se impariamo, o se ci divertiamo – però dobbiamo divertirci tanto, soprattutto se il nostro errore coinvolge altre persone (qui, va beh, si entra in un ambito delicato; facciamo che però ci pensiamo un po’ su, ok?).
Esempi. Preparo una torta, la prima volta mi esce bruciata. Imparo che il tempo indicato nella ricetta non è corretto applicato al mio forno. Oppure che aveva senso che nella ricetta fosse indicato un tempo di cottura, e andare a fare shopping con il forno ancora acceso non era proprio l’idea migliore.
Se la volta successiva provo di nuovo a fare la torta e non mi si brucia – o meglio, stiamo larghi: magari mi si brucia ancora, ma non per gli stessi motivi - allora vuol dire che ho imparato dai miei errori, e questa è una cosa molto saggia. Se mentre la torta in forno bruciava ho comprato delle bellissime scarpe, allora in qualche modo potrebbe andare bene lo stesso; ma in effetti, se ci pensi bene, non c’è alcun motivo per accendere il forno prima di uscire.
Imparare dai nostri errori è il modo che abbiamo per crescere, per diventare persone migliori, per non invecchiare inutilmente. Naturalmente non si tratta solo di torte, lì ho risolto da anni con le pasticcerie.
DISCORSI SEMISERI DI TRE ANIME ERRANTI
Il tema del mese:
Mondiali e dintorni -
un calcio ai pregiudizi esplorando quell’universo semi-sconosciuto ai più che è il calcio femminile
Agli amici che ci leggono - e che, non per vantarci, saranno venticinque come quelli di Manzoni - un abbraccio di bentrovati. Non abbiamo mai smesso di pensare voi e alla nostra rubrica, ma a volte arrivano messaggi che non si possono non ascoltare, e stavolta dicevano: fermati un attimo. L’estate è passata in fretta, tra ferie e ostacoli da superare; ora siamo qui, un po’più freschi, e pronti per ripartire, con il buon proposito di farvi compagnia con puntualità mensile. Ci metteremo il cuore, come sempre.
Le mie ragazze del pallone
Scrivo queste righe mentre Olanda e Stati Uniti stanno giocando la finale. La tv è a volume basso, se succede qualcosa mi alzo e controllo; in questo momento, per esempio, una ragazza bianca coi capelli viola ha appena segnato un rigore – le bianche sono le americane, le olandesi arancioni.
Parlare di calcio femminile mi riesce difficile. Perché non si può – o forse io non ne sono capace – prescindere dalle differenze (nel calcio e, ovviamente, non solo) tra il mondo maschile e quello femminile, e osservare queste differenze a me fa sempre tanta rabbia.
Vorrei evitare di dire banalità o di risultare anacronistica, ma sono cresciuta in mezzo ai maschi e le differenze, reali o caldeggiate, sono sempre state nette: di ruoli, attitudini, opportunità. E su questo credo di essere rimasta molto indietro, nel senso che vedo che il modo in cui sono cresciuta non va affatto di moda; e se per molti versi ne sono contenta, per altri mi rendo conto che le abitudini ti restano appiccicate a lungo, più strette di quanto vorresti. Per questo, tutto quello che avrei da dire sul calcio femminile, in realtà lo vorrei chiedere: giocano come professioniste, le donne? Quanto sono pagate? Da quanto esiste la nazionale italiana? Da quanto esistono i campionati del mondo femminili? Perché gli uomini sono pagati così tanto? Perché così tanto più delle donne?
Ma vorrei che il mio contributo fosse diverso. Vorrei parlare della mia amica Virna e della sua passione per il calcio, passione che ha in comune con un’altra, di più vecchia data, cara amica, la Giulia (sì, lei! E non vedo l’ora di leggere cos’ha da dire lei, sull’argomento!).
La Virna ha i riccioli biondi e gli occhi chiari da donna del nord, calzino corto anche d’inverno, gambe forti da camminatrice, sguardo furbo. Frequentava con me la facoltà di filosofia, mi passava gli appunti, divideva con me il pasto in mensa. E giocava a calcio.
All’epoca ero talmente interessata al calcio che non saprei ricordare che ruolo avesse – credo terzino, se sapessi cosa fa un terzino; comunque non avanti, un po’ indietro, dava sicurezza alla difesa e solidità all’attacco, o almeno così me la sono sempre immaginata. A volte saltava le lezioni per gli allenamenti, e allora ero io a passarle gli appunti; lei mi insegnava la ginnastica di riscaldamento e quando mi si è bloccata la schiena ha tirato fuori tutti i trucchi di fisioterapista e massaggiatore. Delle compagne di squadra mi parlava con entusiasmo sincero, ed erano amicizie che invidiavo, perché per quanto ci volessimo bene mancava sempre qualcosa: la condivisione di fatica, gioia, fango, adrenalina, delusione; sul campo, e in spogliatoio, sembrava tutto un po’ più vero che nelle aule dell’università – era solo diverso, penso adesso, ma allora mi sembrava così.
“Passione”, però, non è una parola vuota. In campo, con la squadra, i calzettoni al ginocchio, non è che stavano lì solo a dar calci a un pallone; mi immagino che potessero sentirsi vive, ecco. Ed è semplicemente questo che tutti cerchiamo. La Giulia lo direbbe meglio, lei che l’ha vissuto, andate a leggerla.
Nel frattempo la partita è finita e gli Stati Uniti hanno vinto due a zero. Vorrei dire che il calcio femminile, per quanto mi riguarda, è identico a quello maschile, perché mi annoia uguale. Ma se la Virna e la Giulia scendessero in campo di nuovo (magari un campo piccolo, che siamo tutti un po’ invecchiati e il fiato non è più quello dei vent’anni), io farei un tifo sfegatato.
Elena
DISCORSI SEMISERI DI TRE ANIME ERRANTI
Il tema del mese: Oggetti che ci posseggono
Pensando al tema “oggetti” farei, a istinto, la solita predica. Che gli oggetti non ci fanno felici, che ci riempiono le case ma non i vuoti che abbiamo dentro; che accumuliamo cose inutili al posto delle cose necessarie, perché crediamo sia giusto così - o forse non lo crediamo affatto ma sappiamo fare solo questo.
E farei, come sempre, una predica in cui credo. Ma mi guardo intorno, mentre sto alla scrivania e scrivo al pc, e sono circondata. Di cose inutili. Quaderni, diari, oggetti di cancelleria – inutili nella misura in cui invece di possederne uno, o due, o cinque, ne possiedo cinquantotto. E i libri? Oggetto meraviglioso in assoluto. Ma perché ne ho comprati quindici, nell’ultimo mese, quando ne avevo già altrettanti ancora da leggere?
Ho perfino almeno venti paia di scarpe; magari mi sono state regalate, usato in buono stato, ma, ecco, come direbbe mio nonno: cosa me ne faccio di tutte queste scarpe, se ho soltanto due piedi?
Perché siamo così pieni di cose? Davvero è così banale come sembra, davvero riempiamo i buchi con le uniche cose che riusciamo a trovare? Ed è una cosa tanto orribile, questa, o abbiamo anche il diritto di essere superficiali e di godere del possesso di cose superflue, e dovremmo smettere di essere così preoccupati quando questo accade?
Avevo letto, nel libricino sul magico potere del riordino, un’idea che con il possesso e l’accumulo di oggetti mi aveva molto rappacificata. Prendi un oggetto tra le mani, e senti se ti fa felice. Se non senti niente, anche se è un regalo lo puoi buttare o, meglio, regalare a tua volta; non c’è niente di sbagliato, perché la sua funzione quest’oggetto l’ha già svolta: ti ha già reso felice.
Il tema del mese: FRATELLI UNICI - FRATELLI SI NASCE O SI DIVENTA?
Parlare dei miei fratelli non mi è facile; ricordo grandi litigate da bambini, indifferenza, invidie, gelosie; io ero l’unica femmina con due maschi maggiori – il terzo, maschio, è arrivato che già avevo nove anni, ma era malato e questa è tutta una storia a sé. L’amore-odio dell’adolescenza riguardava il nostro rapporto di fratelli come tutte le altre cose, in quel periodo; eravamo, tutto sommato, un bel gruppo.
Da adulti vorrei poter dire che è tutto rimasto immutato, ma non è così. Le vite ti prendono e avere lo stesso sangue non ti garantisce l’amicizia. Però c’è qualcosa. Il senso di famiglia. L’idea che ognuno si fa i fatti suoi ma se io avessi bisogno non ho dubbi, li chiamerei; e non ho dubbi, verrebbero.
Questo senso di famiglia l’ho raccontato in un brano di fantasia, è inventato ma c’è una cosa molto vera, la sensazione che, nonostante tutto, loro non mi perdano mai di vista.
Il tema del mese - Nodi di dire
(si ringrazia per la bellissima espressione un refuso di Emanuele).
Per lavoro spesso mi sono trovata a dover utilizzare un linguaggio formale, e ho imparato a scrivere frasi pompose di poco significato; e soprattutto ho imparato a leggere il burocratese, una lingua difficile e mai stata viva, inutilmente pesante, frustrante nella sua complessità e soprattutto nella sua mancanza di soddisfazione finale: una volta che hai capito, la reazione è sempre la medesima, “tutto qua”?
Di mio, però, ho comunque sempre amato la semplicità, e ho scoperto negli anni di studio che chi ha veramente capito non usa tanti paroloni. I discorsi complicati servono a chi è insicuro per confondere un po’ le acque, in modo che l’attenzione si focalizzi sulla forma – e lì si incagli, nel tentativo inutile e forse impossibile di districarsi tra presunte grandi verità – senza arrivare mai alla sostanza, spesso molto più scarna di quanto promesso. I professori all’università dovevano spiegare paradossi logici e moti dello spirito, non proprio robetta: ho imparato a distinguere quelli che mi facevano capire da quelli che non avevano capito nemmeno loro, e una delle grandi differenze era proprio il livello di semplicità del linguaggio utilizzato.
La forma ha una grande importanza: argina un pensiero confuso, lo ordina, ne sottolinea i confini, permette di evidenziare i particolari, nascondere le brutture; ma la forma non è per forza una forma complicata. Anzi, penso che bellezza e semplicità vadano a braccetto, e portino alla profondità. Riempirsi la bocca di tanta pompa spesso stona, e le parole suonano vuote.
Altro discorso è l’influsso delle lingue straniere. Non si arresta (non lo fa, e non si può) e non è detto che vada a impoverire l’italiano, se restiamo utilizzatori consapevoli della nostra lingua. A ognuno di noi, poi, può piacere o dispiacere qualcosa di diverso e di specifico.
Per esempio, se “scannerizzare” è poco carino, “lovvare” a me fa venire l’orticaria; eppure, più di una persona (con figli adolescenti o pre adolescenti, non so se c’entri) mi ha detto o scritto “ti lovvo” e io non ho alcun dubbio che intendessero esprimermi amore, cosa che comunque mi ha fatto piacere – continuo a trovare orribile l’espressione, però. Si può dire che l’italiano non abbia una valida alternativa perché “ti voglio bene” non è la stessa cosa, e forse siamo troppo impauriti dalla parola “amare” – forse abbiamo paura del verbo amare, perché indica un’azione che in qualche modo può comportare una assunzione di responsabilità, come se ci legasse, ci impegnasse, più di quanto siamo disposti a concedere; mentre magari lovvare, suvvia, cosa sarà mai. Chissà. Forse dirlo in inglese ci protegge dall’imbarazzo, forse le mie sono solo seghe mentali – assai probabile, conoscendomi – e si tratta semplicemente di una moda giovane che gli adulti hanno acquisito per osmosi. Resta il fatto che se devo dire a qualcuno che lo amo, dire “ti lovvo” non mi basterebbe.
L’occasione mi è gradita per porgervi
Distinti saluti.
Elena
Buon Natale
ai nostri lettori
augurandovi di aver ricevuto
un regalo utile...utile
è un sorriso quando ne hai bisogno,
è un abbraccio nel momento della prova,
è la tenerezza che ti avvolge quando sei con chi ti vuole bene,
è la dolcezza di un augurio inaspettato,
e l’andare oltre quando è la cosa giusta,
è il pensare fuori dagli schemi se la società diventa solo una gabbia,
è il perdonare chi ti fa un torto,
è il non reagire con violenza alla violenza, ma trovare alternative,
è il non arrendersi quando ci credi veramente
è il continuare a indignarsi contro le ingiustizie,
è il continuare a sognare ogni giorno,
è un gesto d’amore gratuito e prezioso
come quello che si ricorda nella Notte Santa.
Elena, Emanuele, Giulia
DISCORSI SEMISERI DI TRE ANIME ERRANTI
Il tema del mese: Viaggi
Prima di inoltrarci a leggere questi articoli, con gioia e soddisfazione, celebriamo il duecentesimo articolo pubblicato su questo sito da quando è stato aperto.
Per noi è un tranguardo. Ultimamente la nostra rubrica sta prendendo molto spazio anche perchè sono pochi quelli che segnalano i loro brevi scritti.
In ogni caso, è una bella esperienza e continua ad essere un libero luogo di incontro di idee e pensieri.
Viaggiare mi piace
Viaggiare mi piace. Mi piacciono le cose nuove; luoghi, persone, abitudini. Colori, odori. Mi piacciono perfino gli autogrill, coi caffè che sanno di cemento, i panini orrendi a cinque euro e i bagni puzzolenti pieni di scritte oscene; quanti dialetti, quante lingue hanno sentito parlare.
Per tutta l’età adulta – da quando cioè mi sono dovuta pagare le vacanze, e io di soldi non ne ho mai avuti tanti – ho frequentato campeggi e dormito spesso in macchina, arrivando a Gibilterra, Copenaghen, Istanbul, Agrigento – paesi accessibili con la macchina e due settimane di vacanza.
Nel 2016 mio fratello piccolo ha sposato una ragazza armena, e siamo stati tutti al matrimonio a Yerevan. Ecco, questo è stato un viaggio che non ho fatto in macchina; e che non ho pagato io.
Ho scritto un piccolo resoconto, di questa esperienza; in una ventina, tra parenti e amici, siamo partiti dall’Italia: volo Milano – Yerevan, con scalo a Vienna. Il racconto non rende giustizia a quello che ho visto e sentito, e all’idea dell’incontro con una cultura davvero differente; ma è un omaggio alla mia famiglia, alla quale, dopo ogni viaggio, torno sempre.
Il tema del mese - Privacy: tutela reale o apparente?
Un pomeriggio piovoso ho passato un’ora su internet cercando un appartamento per il week end successivo – avevo un corso in un’altra città, mi serviva un posto comodo dove dormire. Sono cose che facciamo tutti, e tutti i giorni, ormai: booking mi propone tutto quello che mi serve, lo spazzolino elettrico di amazon costa meno di quello della farmacia, ibs fa un sacco di sconti, il corriere mi porta a casa tutto senza che io faccia alcuna fatica. Quello di cui oggi volevo parlare non è quanto triste sia, con tutta questa tecnologia, perdere i contatti umani – la consulenza di un professionista, un consiglio, un confronto – anche perché la vera tristezza è, secondo me, che i contatti umani sono per la maggioranza già persi; quello di cui oggi vorrei parlare è invece la precisione con cui, una volta che io ho scelto il mio prodotto da acquistare, quando apro una qualsiasi pagina di internet mi compare la pubblicità di quel prodotto. E tu come cazzo fai a sapere che mi serve? Non sto dicendo che sono così ingenua da non immaginarlo. Sto dicendo che chiunque sa i fatti miei, è evidente, ed è anche paradossale: perché mai come oggi firmiamo moduli su moduli che parlano di privacy per qualsiasi cosa facciamo. Pensiamo di firmare perché la nostra privacy sia tutelata, ma scopriamo che non è così. Forniamo informazioni personali – numero di telefono, colore dei capelli, preferenze cinematografiche, chili da perdere o da prendere - anche solo per chiedere, a nostra volta, informazioni, in una spirale infinita che ci fa dimenticare che cosa stavamo cercando e che spesso ci scoraggia, ma troppo tardi!, perché senza accorgercene abbiamo appena dato il consenso a una società che fornisce piastrelle a prestare il nostro numero di telefono a qualcun altro che ne farà buon uso, a tutte le ore, ma specialmente a ora di cena. In piccolino, in una delle centinaia di pagine che ci fanno firmare, c’è spesso scritto qualcosa riguardo a questo; e anche on line, nei vari “consenti” - che tanto poi, se non consenti, non puoi fare nulla: non puoi fare i test sulla personalità per capire cosa farai da grande o se staresti bene con le lentiggini, non puoi chiedere un preventivo su subito.it e scoprire quanto poco costa l’assicurazione; non puoi nemmeno iscriverti a un corso on line sulla privacy. E naturalmente, oltre a tutte queste porcherie scritte in piccolo, c’è anche lo scambio di dati, non scritto, non legale (non sono un’esperta, ma dubito che qualcuno possa smentirmi): elenchi di numeri che vengono passati da una società all’altra, venduti, prestati, regalati, non importa; adesso hanno il tuo numero e senti, ti sta squillando il telefono, rispondi?
Elena















