Il tema della settimana: FRATELLI UNICI - FRATELLI SI NASCE O SI DIVENTA?
Parlare dei miei fratelli non mi è facile; ricordo grandi litigate da bambini, indifferenza, invidie, gelosie; io ero l’unica femmina con due maschi maggiori – il terzo, maschio, è arrivato che già avevo nove anni, ma era malato e questa è tutta una storia a sé. L’amore-odio dell’adolescenza riguardava il nostro rapporto di fratelli come tutte le altre cose, in quel periodo; eravamo, tutto sommato, un bel gruppo.
Da adulti vorrei poter dire che è tutto rimasto immutato, ma non è così. Le vite ti prendono e avere lo stesso sangue non ti garantisce l’amicizia. Però c’è qualcosa. Il senso di famiglia. L’idea che ognuno si fa i fatti suoi ma se io avessi bisogno non ho dubbi, li chiamerei; e non ho dubbi, verrebbero.
Questo senso di famiglia l’ho raccontato in un brano di fantasia, è inventato ma c’è una cosa molto vera, la sensazione che, nonostante tutto, loro non mi perdano mai di vista.
Fratelli
Ci sono diciotto scalini per salire alla porta della chiesa. Sotto il sole di luglio, col vestito nero, diciotto scalini possono sembrare molti. Con una bara da portar su, moltissimi.
Salivano lentamente, per il caldo e la fatica; e per una compostezza poco naturale che però sembrava l’unico contegno da tenere. Tre fratelli e un cugino, abito scuro, occhiali scuri, eccetto il più piccoletto, che portava gli occhiali da vista. Che fossero fratelli, i tre, lo si capiva subito, essendo identici tra di loro: identici pur essendo diversi, ma bisogna vederli per capire. Il più vecchio con la faccia tonda e le guance rosse, i capelli bianchi spettinati e la giacca chiusa a fatica sopra la pancia; il più piccolo, col fisico atletico e asciutto di chi non beve, già stempiato ma fresco di barbiere; il terzo, il fratello di mezzo, quello di cui gli psicologi non sanno mai che dire, con le labbra secche e il naso spellato dall’allergia. Ma avevano tutti la stessa aria persa, di chi è lì per caso e non è nemmeno molto convinto, di esserci; lo stesso modo di camminare, come se non sapessero dove andare; lo stesso naso importante, ereditato dal papà - e gli stessi occhi, diceva chi li conosceva, ma con gli occhiali scuri gli occhi non si vedevano. Che il quarto fosse un cugino, invece, lo si sentiva commentare dai presenti, ché di somiglianza non ce n’era proprio: aveva un portamento sicuro, ed era molto più magro dei tre; e il viso, il viso era magrissimo. E il naso: il naso era normalissimo.
La bara era di un colore marrone chiaro, e non aveva molti fiori sopra. Non li avrebbe avuti nemmeno in chiesa. In chiesa c’era un enorme mazzo di gigli rosa, raccolti dal giardino di un parente, e una scritta col pennarello nero su un pezzo di stoffa bianca: non spendete soldi in fiori; sotto, più in piccolo: a me basta che stiate bene.
C’è chi aveva criticato molto questa scritta. Al prete non l’avevano nemmeno mostrata, perché non avrebbe capito, ma i fratelli, invece, capivano bene; e questo bastava. In fondo, se cambi, cambia solo chi ti critica, perciò: pace. Lei l’avrebbe amata, la pace.
La chiesa era piena di gente. Piena, più che alle comunioni e ai matrimoni, così piena che gli ultimi arrivati dovevano stare in piedi in fondo, perché davanti non c’era più posto; così piena che nemmeno in piedi in fondo c’era più posto, e avevano aperto le porte e la gente stava in piedi anche fuori.
I quattro vestiti di nero, i tre fratelli e il cugino, erano arrivati in fondo alla navata e attendevano imbarazzati che qualcuno dicesse loro di appoggiar la bara. Poi il cugino – non per stanchezza, perché pur essendo il più magro era il più forte, ma per banale buonsenso – aveva fatto un cenno al fratello che aveva alla sua sinistra, poi un bisbiglio a quello davanti; il terzo fratello si era adeguato, e avevano messo giù la cassa.
Il fratello di mezzo ne aveva approfittato per tirare fuori dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto di stoffa, e si era soffiato rumorosamente il naso. Il fratello più piccolo, che portava gli occhiali da vista, ne aveva pulito le lenti dal sudore usando il lembo della giacca.
In prima fila sedeva una ragazza mora, piccoletta, fianchi larghi e nasone: una sorella. Portava occhiali scuri, ma non molto scuri, occhiali di poco prezzo e di ancor meno valore, con lenti giallognole e, sotto, occhi gonfi di pianto. Ma non piangeva. Guardava dritta davanti a sé, respirava regolarmente, una sorta di sospiro controllato, alzando le spalle e il torace senza riuscire a riempire d’aria i polmoni. All’arrivo dei ragazzi con la bara non aveva spostato lo sguardo, ma soltanto alterato per un istante – che a non starci attento non te ne accorgevi nemmeno – il ritmo del respiro.
Appoggiata la cassa, i quattro ragazzi si erano seduti uno accanto all’altro, anch’essi in prima fila, ma dalla parte opposta. I quattro alla sinistra; la ragazza, sola, alla destra. Non c’era nessun altro, davanti. Dietro: l’intero paese, e più.
Quando il sacrestano aveva cominciato a suonare la campanella, tutti si erano alzati in piedi.
La ragazza, lei no: lei rimaneva seduta.
Il prete e lo stuolo di chierichetti erano entrati alla musica di Io Risorgerò, il prete aveva in mano l’incenso e lo muoveva di qua e di là.
Solo allora la ragazza si era mossa, si era girata verso sinistra: ora aveva davanti a sé la bara ma, più in fondo, cercava lo sguardo di qualcuno. Il fratello più vecchio, quello con la pancia e i capelli grigi, era stato il primo a vederla: in realtà non l’aveva mai persa d’occhio. Aveva fatto un passo verso di lei, poi un altro, poi un terzo: sette ne erano serviti perché la raggiungesse, un istante prima che lei si lasciasse andare, la testa all’indietro, gli occhiali per terra, il corpo che scivolava dalla panca al pavimento.
Il fratello era riuscito a non farla cadere. Aveva preso in braccio il corpo privo di sensi della sorella – lui, già spossato per aver portato la bara, l’aveva presa in braccio e l’aveva portata fuori, di peso; aveva detto: scusate, alla folla che occupava lo spazio fuori, tutti si erano fatti in là e lui l’aveva stesa a terra, in una striscia d’ombra, bagnandole la fronte con l’acqua che uno sconosciuto, mani a coppa, aveva preso dall’acquasantiera per lei.
Lei era rimasta svenuta per qualche minuto, mentre il fratello contava e ricontava i diciotto gradini che scendevano al parcheggio. Al terzo giro, il fratello piccolo era arrivato fuori, seguito dal fratello medio. Si erano guardati, la sorella aveva ancora gli occhi chiusi; ma il fratello grande aveva fatto un gesto come a dire: non vi preoccupate. Solo allora la sorella aveva aperto gli occhi, e li aveva visti lì, e aveva sorriso.
In chiesa, il prete celebrava il funerale di sua madre.
Elena
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Siblings
La mia esperienza familiare mi ha portato ad abituarmi ad avere sempre un po' di persone intorno a me: ho 3 fratelli e una sorella, e sono il maggiore di noi 5.
Le dinamiche sono state piuttosto complesse nel corso degli anni: se da un lato ogni risorsa andava divisa e condivisa, compreso il tempo che i genitori avevano per noi, dall'altro abbiamo vissuto innumerevoli giochi, sport, vacanze insieme. Nonostante i litigi, sono state esperienze arricchenti e piacevoli.
Ora che siamo adulti, non più costretti a condividere tetto e risorse, forse apprezziamo di più le diversità di ciascuno degli altri 4 fratelli. Siamo come i 5 cerchi olimpici, distinti e di diversi colori, ma vicini; alcuni si toccano, altri sembrerebbe di no.
Passare del tempo con un fratello o con la sorella è come prendere la Passaporta di Harry Potter: entri in un luogo ed esci da tutt'altra parte, a volte molto lontano. Ogni nuovo mondo ha qualcosa di speciale e nuovo, che può diventare fonte di ispirazione.
Prendiamo ad esempio tre temi che mi stanno a cuore: lavoro, tempo libero, amore.
Lavoro.
Matteo è convinto di lavorare troppo, però gli piace, guadagna bene, ci mette tutto il suo impegno. Se fosse al posto mio, avrebbe fatto di tutto per diventare un capo. O avrebbe cambiato lavoro, per avere maggiori soddisfazioni, non soltanto economiche.
Anche Ermanno è un grande lavoratore, e anche quando torna a casa dal lavoro continua a fare lavori di casa, in giardino e nei campi.
Entrambi sembrano non capire (non sempre) chi si lamenta del proprio lavoro, che magari è molto meno stressante, però è ripetitivo, ha un ambiente non stimolante, talvolta persino alienante.
Carlo sembra aver trovato il lavoro perfetto: insegnante, molte meno ore dei fratelli, però parecchio intense. C'è la soddisfazione scientifica di spiegare argomenti che ti piacciono, oltre alla bellezza e complessità delle relazioni umane coi ragazzi.
Tutti e tre i lavori hanno questo in comune: parte scientifica e contatto con la gente, anche se su tre piani diversi.
Isabella è un'artista di talento: crea gioielli di notevole bellezza e originalità, dipinge splendidi quadri ad olio, e varie altre cose, tra cui ritratti di animali domestici a matita. Ma questo non le basta per guadagnarsi uno stipendio, perciò compensa con un anonimo lavoro part time.
La vena artistica è però presente anche negli altri fratelli: Matteo suona il pianoforte, io Ermanno e Carlo la chitarra. Io scrivo e faccio teatro.
A proposito di tempo libero: Matteo condivide con me la passione per la bici da corsa e il mare; Ermanno per la Mountain bike e le escursioni in collina e montagna; Isabella per le escursioni sui colli e i viaggi in genere.
Ancora più interessante è il nostro rapporto con le relazioni affettive.
Matteo è sempre stato deciso, orientato con determinazione verso il suo obiettivo di stare insieme a una donna, e cercare di starci bene. Mi consiglia apertamente di essere più chiaro e deciso con le donne che mi piacciono veramente, ma anche con quelle che non mi piacciono abbastanza, che spesso finisco per illudere.
In generale, lui sembra il fratello più a contatto con i propri desideri, istintivo. Talvolta agisce prima di pensare, e questa qualità mi affascina poiché io invece penso molto prima di agire… e a volte finisco con non agire affatto! Però si prende anche delle cantonate, come è ovvio.
Comunque, è uno spirito positivo, propositivo il suo, che trasmette energia e voglia di vivere.
Questa energia e vitalità di fondo è percepibile in modo diverso anche negli altri fratelli.
Ermanno è molto energico, estremamente dedito al lavoro e alla famiglia. In lui si nota il lato conviviale: ama la compagnia, la tavola ricca di commensali, succulente pietanze e ottimi vini.
Ha un istinto paterno innato, non so da dove gli sia venuto, perché certo nostro padre non era così, e aveva molta meno pazienza con noi.
Carlo è meno lineare sul tema delle relazioni: un tempo dedito alle avventure, per diletto o per le circostanze, ad un certo punto ha messo la testa a posto, è andato a convivere con una ragazza e hanno avuto anche un bellissimo bimbo.
Quando condivido con lui qualche mia avventura, quasi sempre inconcludente, noto il suo lato attuale che mi dà buoni consigli, che io comunque apprezzo; noto però anche una lucetta divertita nel suo sguardo: il semplice piacere maschio di parlare un po' di gnocca liberamente. Se non si fa tra fratelli, davanti a un bel bicchiere di vino, che gusto c'è? Soprattutto se lo fai con persone intelligenti, in modo pulito.
Un filo comune unisce tutti noi, del resto, è un'intelligenza vivace, anticonformista e ricca di humour.
Siamo tutti diversi anche in questo: noi maschi più scientifici, Isabella più artistica/antropologica.
Ma ancora, Matteo ed Ermanno più razionali e concreti, io e gli altri due più interessati ad attività umanistiche, come il teatro, le letture psicologiche o comunque più impegnative.
Nelle nostre 5 librerie sono presenti libri che non avrebbero nulla da dirsi.
Isabella, infine, sembra istintiva sul tema-amore, simile in questo a Matteo. Se le piace uno, affronta la relazione in modo diretto, esprimendo anche ciò che non le va bene.
Più simile a me, credo, per una certa irrequietezza di fondo che la porta poi in genere, prima o poi, a ritornare single. Inoltre, riconosco in lei anche una indipendenza e un amore per la libertà che non sono sempre semplici da conciliare con la vita in coppia.
Anche lei, ovviamente, mi dà consigli quando le parlo di qualche donna. Sono intelligenti, fini e denotano una arguta intuizione di come sono io.
In fondo, con un invincibile esotismo ereditato geneticamente da parte di padre, credo che quando avrò trovato una ragazza lontanissima dal mio mondo, allora me ne convincerò, e pure i miei fratelli si convinceranno, soprattutto se sarà:
- dolce e buona d'animo (Ermanno)
- gnocca e amante del mare (Matteo)
- intellettualmente stimolante (Carlo)
- con sensibilità artistica e humour (Isabella).
Emanuele
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Fratelli e figli unici. Io posso sicuramente parlare dei figli unici, quanto ai fratelli posso parlare della loro mancanza.
Questo tema mi era molto caro quando ero piccola. Quanto ho sofferto la solitudine per il fatto di non avere fratelli! Quanto ho sofferto il fatto di non avere qualcuno con cui giocare, o almeno io la vedevo così. Invidiavo gli amici che avevano i fratelli perché non restavano soli. Era proprio brutto, l’ho odiata tanto quella solitudine. Per questo ho sempre apprezzato molto gli amici. Non vedevo l’ora di potermi incontrare con le mie amiche, soprattutto quelle ‘del cuore’. Per me sono come delle sorelle, anche se loro hanno dei ‘veri’ fratelli e so che il loro rapporto è diverso con loro. Si tratta di ‘sorelle adottive’, però in questo caso funziona a doppio senso, cioè è come se io avessi adottato loro e allo stesso tempo loro avessero adottato me.
Con due amici eravamo arrivati al punto di dire che eravamo fratelli. Il caso ha voluto che, in realtà, proprio da quel giorno la nostra frequentazione sia stata meno assidua e ci siamo un po’ persi di vista. Tuttavia, con il passare degli anni, ti rendi sempre più conto che non si tratta tanto di quanto spesso tu possa incontrarti, sebbene faccia piacere, bensì dell’intensità del rapporto che hai con quella persona. Potresti averlo incontrato anche una sola volta nella vita, eppure percepisci una certa affinità, sei sulla stessa lunghezza d’onda e quasi ti sembra una persona che conosci da sempre. Forse non sono dei fratelli, ma di certo è fondamentalmente fraternità.
La cosa che più mi infastidice da sempre sono le persone che ti dicono la frase banale: “che fortunato, sei coccolato e viziato”… “ma chi l’ha detto? Ma dove?” mi sarebbe sempre venuto da rispondere. Di sicuro nella mia esperienza non ho vissuto nulla del genere. Non ho avuto nessun trattamento preferenziale perché ero da sola. Come genitore di una figlia unica, però, credo che, avendone una sola, non sia sbagliato se le posso concedere qualcosa in più, senza che sia un accontentare tutti i suoi desideri incondizionatamente. Il confine è sottile, ma a pensarci, io non ho un altro figlio a cui potrò fare quel regalo, non un altro di quell’età che farà la comunione o, insomma, in fin dei conti, non avrò un’altra occasione.
Crescendo ho sofferto sempre molto meno lo stare da sola a studiare e un po’ alla volta, avere o non avere fratelli è diventato del tutto indifferente, anzi, da anni non ci pensavo. Tuttavia, osservando certi fratelli, posso dire che la mancanza di fratelli attualmente mi evita motivi di discussione e litigio. Però rimane un po’ di invidia per chi ne ha, perché essendoci solo io come punto di riferimento per alcune questioni familiari e questo mi riempie di responsabilità e non ho nessuno con cui condividerle e confrontarmi.
In entrambe le situazioni ci sono risvolti positivi e risvolti negativi, bisogna prenderla così come viene.
Giulia




