Quello che ci piacerebbe è imparare da te, perché crediamo che si possa crescere e maturare, o anche solo sentirsi meglio, attraverso gli altri.

LA TEMATICA DI OGGI: 'LAVORO: ANTROPOLOGICAMENTE SANO?' Sono stata licenziata, ultimo giorno: 31 maggio 2017. Sono quasi nove mesi che non lavoro, a parte una parentesi di poche settimane sotto natale. Il tempo è passato in fretta. Essere disoccupati è in realtà un lavoro molto impegnativo – dando qui per scontato che si abbia bisogno di uno stipendio per vivere – anche se non devi mettere la sveglia tutte le mattine alla stessa ora. Credi di non dover andare nello stesso posto tutti i giorni, alla stessa scrivania, seduta davanti allo stesso computer. Invece poi finisci per fare proprio così. A scrivere curriculum e lettere di presentazione che verranno scartate senza nemmeno essere lette. A iscriverti a millecinquecento pagine che offrono lavoro, e riscrivere per tutte le millecinquecento i tuoi dati personali e lavorativi, senza che a nessuno venga in mente di chiederti a cosa pensi la sera prima di addormentarti. A leggere annunci, valutare, rispondere con coerenza e intelligenza. Ad aggiornare il cv in tutte le millecinquecento pagine. Non ho dimenticato la mancanza d’aria e l’ansia che mi prendeva in ufficio. Sono passati tanti mesi, ma sembra ieri: la sensazione di essere un personaggio adesivo appiccicato nel paesaggio sbagliato. Cosa ci faccio qui? Dove sono i miei simili? Perché mi hanno abbandonato? Ci chiediamo se il lavoro sia antropologicamente sano. Non sono sicura di saper rispondere. Il lavoro è uno strumento, forse, e tutto sta nel come lo usi. Se il lavoro è fare fatica per ottenere un risultato, non è mica detto che sia una cosa negativa. Sudo per riordinare la casa, per coltivare l’orto, per ottenere un risultato scientifico, per insegnare qualcosa a chi non la sa, per portare la verdura al supermercato. Poi ci sarà qualcuno che godrà dei frutti del mio lavoro – anche io stessa - e io sarò soddisfatto e mi sentirò felice. Anche solo per cinque minuti, prima che le contraddizioni del mondo reale me ne ricordino le ingiustizie.
È la vita che non dev’essere fatica, secondo me: non per definizione. E non deve avere come scopo quello di accumulare denaro. Forse viviamo in un posto sbagliato, però, a pensarla così. Nel posto e nel tempo sbagliato. Continuo a essere un personaggio adesivo in cerca del paesaggio giusto.
Da qualche mese ho trovato un nuovo lavoro. Sono in un ufficio, davanti a un computer, con una cuffia alle orecchie: operatrice di call center. Recupero crediti. Il male sociale?
A dire la verità, questo lavoro ha molti più aspetti positivi di quanti ne avrei mai immaginato. Prima di tutto, c'è il caffè gratis. In secondo luogo, ho imparato le peggiori parole in tutti i dialetti d'Italia: un esempio di interculturalità da non sottovalutare. E poi molte, moltissime cose da imparare; e molti bravi colleghi disposti a insegnare.
Ho deciso che troverò ogni giorno qualcosa di bello.
Ma magari ne riparliamo tra un po'.

Elena
______________

La prima definizione di lavoro che mi viene in mente (un po' cinica, credo) è:
Tempo prezioso che devo impiegare in attività meno piacevoli di quelle che mi garbano, allo scopo di guadagnare il denaro necessario a vivere e a permettermi altre attività più piacevoli.
Non così sano, insomma, ma un male necessario, si potrebbe dire.
La seconda definizione è un po' più complessa:
Modo di strutturare il mio tempo svolgendo attività che mi permettono di rendermi utile ad altre persone, nonché di sentirmi utile, trarne soddisfazione sia per questo motivo che per l'aspetto relazionale che esso comporta. E anche, naturalmente, per la retribuzione.
Un po' più sano, ma se parafrasiamo ne risulta ugualmente qualcosa di asettico.
In effetti, il mio lavoro mi permette di strutturare il tempo svolgendo qualcosa che non mi appassiona, ma che possiede una forma di utilità sociale; strutturare il tempo, a sua volta, mi permette di non pensare troppo al fatto che non sto seguendo le mie passioni, dunque mi anestetizza la coscienza; analoga funzione svolgono i miei (più o meno) allegri compagni di merenda che incontro nel luogo di lavoro; inoltre, c'è l'aspetto retributivo che costituisce un'ulteriore forma di droga. Per droga intendo ciò che attutisce la consapevolezza di chi siamo veramente, nella nostra essenza più profonda, preziosa e unica.
Fino a qui, direi che il lavoro è parzialmente sano, dal punto di vista antropologico. È, di nuovo, un piccolo male necessario, che a seconda dell'azienda per cui lavoriamo, può diventare anche un male di proporzioni colossali, ma pur sempre necessario. O anche un bene? Credo di sì, in linea teorica, ma temo anche che sia raro, nell'ambito delle aziende, a meno che non ci sia una dirigenza illuminata. Ho ben pochi dati a riguardo, forse in uno dei 5 o 6 lavori che ho fatto c'era un capo davvero in gamba, una bella persona, e i suoi diretti collaboratori erano appassionati e tutto sommato equilibrati e giusti con noi dipendenti.
Mi accorgo di avere usato finora due volte una parola che deriva dal termine passione. Non è certo un caso. Anzi, credo stia proprio qui il nucleo della sottile ma notevole differenza tra un lavoro sano e uno non sano: quanta passione riusciamo a metterci. Ci sono molte circostanze esterne che ci possono aiutare in un senso o nell'altro, come il tipo di attività, i dirigenti, l'ambiente di lavoro, i colleghi, ecc.
Direi però che in fondo siamo noi a decidere se mettere l'anima in ciò che facciamo; oppure se fare i robot. Ci sono infinite sfumature tra questi due estremi, e ritengo che siamo noi a doverci assumere la piena responsabilità di come viviamo questa fetta in genere piuttosto importante del nostro tempo.
Potremmo, ad esempio, decidere che il nostro lavoro non ci aiuta in sé a realizzare le nostre passioni, ma chi fornisce le risorse di tempo libero e denaro per muoverci in tal senso.
Oppure, all'altro estremo, è appassionante, ma ci esaurisce.
Come scegliere? Vi sono molti aspetti da considerare, che naturalmente non riguardano soltanto il lavoro, ma anche come esso si inserisce nella nostra vita.
Che dire, ad esempio, di un lavoro bellissimo ma poco retribuito?
Anche la retribuzione ha la sua importanza.
Forse, la risposta alla domanda iniziale la possiamo trovare in noi stessi, a patto di avere abbastanza coraggio ed onestà. Non è il lavoro in sé che possiede una sanità antropologica, oppure no. È l'influenza che esso ha sulla nostra vita, soprattutto nel lungo termine. In base a questo, sta a noi la decisione di tenerlo o di cambiarlo (o almeno, di impegnarci a farlo).
Attualmente, ci sono due lavori che trovo particolarmente allettanti:
1) Fare il pescatore in barca alle isole Samoa;
2) Lavorare come ricercatore sulla fusione fredda in un progetto internazionale alla New York University.
Naturalmente scherzavo: trovo allettante soltanto il primo ;-)

Emanuele
_____________

Ci stiamo domandando se il lavoro sia antropologicamente sano o insano.
Semplificando ci siamo chiesti cosa rappresenti o come viviamo il nostro lavoro partendo dalla nostra esperienza personale, diretta o indiretta.
Credo che non si possa prescindere, nella vita, dal fare un lavoro. In altre parole, non credo che, se anche potessi, sceglierei di non lavorare. Certo, magari lavorerei solo per realizzare i miei sogni o farei solo cose che mi danno soddisfazione. Personalmente non aspiro a ‘oziare’ tutto il giorno, anzi, il non avere nulla da fare mi mette a disagio. C’è chi non lavora, ma di solito non significa che stia in ozio. Mi viene in mente, però, che spesso anche chi ‘sta a casa’ si affretta a dire che comunque svolge un qualche lavoro: fare la mamma, fare il papà, fare il casalingo/a, ecc..
Mi sono resa conto che bisogna subito mettere in chiaro una cosa: lavori per vivere o vivi per lavorare? è molto diverso. Bisogna anche inquadrare il lavoro al suo giusto posto nella vita e non farlo diventare una ragione di vita solo perché lavorare significa guadagnare il necessario per sopravvivere. Non bisogna per forza farsi prendere dal panico. Purtroppo di fondo esiste quello che io chiamo il ‘ricatto lavorativo’ che sta alla base a molti lavori e spesso a fondamento di grandi fortune. A guardare bene, accade continuamente che gli uni sfruttano il lavoro degli altri, perché in una posizione economicamente dominante o di potere e il succube, il più debole, non può vincere o, comunque, ritiene di non poter ribaltare la situazione. Basti pensare che se sai che ti possono licenziare facilmente (e con le recenti riforme questa pratica è legalizzata) - oggigiorno non sai più come reiniserirti nel mondo del lavoro – e sei portato ad accettare le condizioni più umili, più schiaccianti. Senza troppo lamentarti, accetti anche la soppressione dei tuoi diritti che faticosamente erano appena stati conquistati dai nostri predecessori e ora sono stati cancellati con un colpo di penna da un qualche decreto che prevede “misure urgenti” nel mondo del lavoro.
Il lavoro è antropologicamente sano? Fa bene all'uomo?
Allora...ecco il lavoro ti rende indipendente, autonomo e questo è decisamente antropologicamente sano. Tuttavia, quando non c’è dignità nel lavoro perché i diritti delle persone sono calpestati, questo, rende il lavoro antropologicamente e decisamente insano.
Quando hanno cambiato l’orario di lavoro da giornaliero a turni a mio marito, nessuno si è chiesto se questo andava a sconvolgere la quotidianità una persona o se, addirittura, di tutte le persone della sua famiglia. Hanno pensato solo alla maggior produttività, efficienza e redditività: insomma, inutile girarci troppo attorno, hanno pensato prima ai soldi che alle persone. Questo lo trovo decisamente sbagliato e andrebbe cambiato: va cambiata la mentalità, l’approccio.
Se penso al mio lavoro (sono avvocato) nel rispondere alla domanda iniziale, posso dire che molto dipende dalla prospettiva da cui si guarda. Se dovessi fare un bilancio e partissi da quell’idea che hanno molti che il tuo lavoro vale in base a quanto guadagni, dovrei dire di aver sbagliato mestiere (il mio settore, a cascata della crisi generale, è in crisi). Ma io non giudico il mio lavoro da questa prospettiva. Certo, con tutti i contributi e le tasse dovute, a volte, finisco col chiedermi se io stia pagando per lavorare o se la cosa funzioni ancora, come dovrebbe, al contrario (= lavorare per guadagnare). Da poco ho scoperto perfino che, non solo su ogni guadagno l’iva è come non ci fosse perché va restituita, ma anche con gli interessi (!), eppure io sono obbligata a prenderla e poi ridarla a scadenze periodiche, non avendo nessuna scelta né sul rifiutarla né sul quando restituirla.
Mi sono convinta, negli anni, che sono stata portata a scegliere questo lavoro per ‘vocazione’, come avviene per i preti. Faccio un lavoro che mi piace e aiuto le persone, a volte vedendolo concretamente: difendo i loro diritti quando si trovano in una situazione di ingiustizia.
Il mio lavoro è positivo per molti aspetti: non ha un contenuto prestabilito, cambia ogni giorno, hai una certa libertà di orario, ha un'utilità sociale. Certo ci sono anche aspetti negativi, ma non voglio essere troppo ‘lamentosa’ e non mi va di parlarne. Un sola cosa brutta menziono e spero possa cambiare: per quanto ti impegni, troppo spesso, nulla del buono che hai fatto viene ricordato né tantomeno elogiato, mentre ogni giorno c’è sempre qualcuno in agguato a mettere in discussione ogni cosa che hai fatto, ogni singola virgola che tu possa aver sbagliato.
Probabilmente questo vale anche per molti altri lavori ed è un aspetto insano del lavoro e delle relazioni in generale.


Giulia

Dedicato a...

Dedicato a quelli che credono nella forza delle parole, a quelli che pensano che anche una parola o un piccolo gesto possono cambiare il  mondo,  a quelli che non si arrendono, a quelli che hanno una passione, a quelli che ci mettono il cuore, a quelli che sanno andare oltre,a  quelli che si aprono agli altri, a quelli che sono generosi, a quelli che hanno in cuore un sogno, a quelli che sanno perdonare o hanno perdonato almeno una volta, a quelli che sbagliano e poi sanno ricominciare, a quelli che imparano dai loro errori, a quelli che ci credono fino in fondo, a quelli che hanno pagato un prezzo per la loro onestà, a quelli che credono nell’amicizia
a quelli che si impegnano nelle cose, a quelli che sono capaci di condivisione, a quelli che sanno faticare per raggiungere i risultati, a quelli che sono capaci di amare, a quelli che sanno far fruttare i loro talenti, a quelli che aiutano chi è in difficoltà, a quelli che danno consigli disinteressati, a quelli che donano un sorriso, a quelli che sanno infondere coraggio, a quelli che sono perseveranti, a quelli che costruiscono piuttosto che distruggere, a quelli che fanno tanto e parlano poco, a quelli che non si aspettano nulla in cambio, a quelli che ti danno tutto e non parliamo di soldi, a quelli che continuano a cercare, a quelli che sanno rinunciare, a quelli che devono fare delle scelte, a quelli che lavorano gratis o sono sottopagati, a quelli che non fanno il lavoro per cui hanno studiato, a quelli che arrivano sempre secondi,
a quelli che si commuovono, a quelli che sono stati fraintesi, a quelli che conservano la capacità di stupirsi, a quelli che si indignano, a quelli che non hanno avuto una seconda occasione, a quelli che ce l'hanno fatta, a quelli che vanno controcorrente, a quelli che sono stati traditi, a quelli che hanno perso quelli che credevano ‘amici', a quelli che non sono stati apprezzati, a quelli che hanno avuto soddisfazione, a quelli che ci mettono l'anima, a quelli che hanno tante idee, a quelli che hanno una fede, a quelli che hanno dei valori e rispettano i valori degli altri, a quelli che hanno superato il senso del dovere almeno una volta, a quelli che continuano a sperare, a quelli che continuano a sognare, a quelli che hanno un 'cuore d'oro', a quelli che sono dolci, a quelli che sono generosi, a quelli che lavorano anche senza avere in cambio nulla di economicamente rilevante, a quelli che affrontano le loro paure,  a quelli che riescono a superare la propria timidezza, a quelli che sanno ascoltare, a  quelli che parlano poco, ma al momento giusto hanno sempre qualcosa da dire....
a quelli che non ce  l'hanno fatta, a quelli che ce l'hanno messa tutta, ma non è stato abbastanza, a quelli che sono stati messi da parte, a quelli che si sono sacrificati, a quelli che non hanno visto riconosciuti i loro meriti, a quelli che ...un raccomandato gli è passato davanti, alle brave persone, a quelli che mettono umanità nei rapporti con le persone e nel lavoro, a quelli che almeno una volta hanno fatto qualcosa che andava al di la del loro dovere, a quelli che si dedicano agli altri.