La tematica di oggi: 'Scrivere, per me'
Ho l’abitudine di parlare poco. Non perché non abbia niente da dire, o perché non sappia come dirlo; più che altro ho l’impressione che nessuno mi ascolti con la dovuta attenzione: nessuno sembra rendersi conto della straordinaria qualità dei miei discorsi. So che sembra molto presuntuoso, da parte mia; quindi tengo a sottolineare che ho una altrettanto straordinaria capacità di formulare e dire delle immense stupidaggini – in quei casi, non essere ascoltati porta degli indubbi vantaggi.
Mi piace scrivere perché nessuno mi può interrompere; perché ho il tempo per riflettere senza essere incalzata da qualcuno di più veloce o insofferente; perché non amo la confusione, le voci che si sovrappongono, le tonalità che si alzano: nel silenzio mi pare che il pensiero esca più pulito.
Il motivo per cui scrivo è semplicemente questo: non scrivo per essere letta, ma per essere ascoltata.
Ho scritto diari intimi, dalle elementari all’adolescenza; più in là, lettere d’amore struggenti e patetiche, sfoghi chilometrici in piccoli quadernini a righe, panegirici sul (non)senso del mondo e dell’esistenza. Oggi seguo diversi corsi di scrittura e sono felice degli stimoli che ricevo, delle persone che incontro, dei racconti che riesco a scrivere, anche se rimangono chiusi in una cartella del mio pc (il moderno cassetto dei sogni!).
Far uscire la mia voce mi dà una soddisfazione enorme; perché la mia voce è un pezzetto della mia anima. Non significa che questo mi basta, che non mi importi di essere letta, ammirata, amata. Certo che mi importa. Quando ho messo, in passato, qualche raccontino su Facebook, ho contato i like uno a uno, controllando chi tra i miei amici mancava, congetturando spiegazioni per tale enorme torto che mi veniva fatto.
Ma resta un piacere puro quello di rileggermi e ritrovarmi.
Elena
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I miei primi ricordi di scrittura risalgono agli anni 70, quando vivevo a Vicenza.
Sin dalla prima elementare, iniziai ad amare subito la matematica; invece, non mi piaceva affatto scrivere: era una tale fatica! Continuavo a ricevere rimproveri, da maestre e mamma (pure lei maestra), tra cui il più frequente era: “hai una scrittura da gallina, possibile che tu non riesca a essere più ordinato?!?”.
Se potessi tornare indietro nel tempo, come in certi film, e incontrare il me stesso bambino di allora, gli direi:
“Caro Emanuele jr, dai miei studi di grafologia ti posso dare una fantastica notizia: scrivere male è indizio di intelligenza, originalità e anticonformismo”.
“Wow! Vuoi dire che più scrivo male, meglio è?”
“Adesso non ti allargare...”.
Gli avrei allora detto che il segno Ondeggiante della sua calligrafia corrispondeva alla caratteristica manipolativo. Ma questa è un’altra storia.
Ad ogni modo, ben presto iniziai a padroneggiare la lettura, e un po’ più tardi anche la scrittura.
Divoravo un libro dietro l'altro, perlopiù romanzi di avventura di Jules Verne, e di molti altri autori che narravano di pirati, isole misteriose, Paesi esotici: adoravo tuffarmi nei mondi paralleli che mi venivano così magistralmente dischiusi ogni volta.
Ma scrivere divenne per me davvero interessante soltanto verso la fine del Liceo. Anche perché in quasi tutte le materie che prevedevano uno scritto e un orale avevo voti molto più alti negli scritti. I miei insegnanti di allora avevano dichiarato: “la sua notevole, innata timidezza lo limita nell’espressione della sua vivacità intellettiva”.
Grazie al cielo, almeno sapevo scrivere!
Alla Maturità, inaspettatamente, cannai di brutto la prova di Matematica, ma svolsi un tema d’italiano ad argomento libero che suscitò “il plauso della commissione”. Questo avvenimento stupì anche me: avevo sempre pensato di essere portato per la matematica, e per le materie scientifiche in generale. Credevo che questo escludesse automaticamente una mia eventuale capacità di eccellere nelle materie umanistiche.
Comunque, avevo scoperto che, negli ultimi tempi, mi stavo divertendo. Scrivere mi piaceva proprio, e avevo anche elaborato un mio stile, che la prof aveva definito “solido e garbato”. E se lo diceva quella stronza, nevrotica, tirchia di voti, che a stento mi dava un 7….
Quindi, scrivere per me è diventato una necessità per esprimere ciò che dal vivo, a voce, avrei trovato molto difficile far emergere; ma anche un piacere.
Iniziò poi per me una fase di fitte corrispondenze, con decine di persone diverse, per lo più lontane, per lo più ragazze.
C'erano almeno due livelli di comunicazione.
Uno era superficiale, abbastanza cronachesco, divertente. Lo utilizzavo con persone con cui ero meno in confidenza, oppure con gli amici (maschi) lontani, o quando scrivevo in inglese, che a quei tempi padroneggiavo meno bene di ora. Scrivere mi dava un piacere che mi distraeva da un certo irrequieto malessere ansioso che talvolta sentivo dentro di me: era proprio un divertissement pascaliano.
L'altro, con poche persone, era più profondo, mi permetteva di entrare in un'intimità che dal vivo facevo più fatica ad instaurare. Da questo punto di vista, scrivere è stato straordinario: è diventato un ponte tra me e gli altri, anzi, più precisamente, direi un codice per accedere a dimensioni a me altrimenti proibite. Ero io stesso a proibirmele, beninteso, ma questo è un altro discorso.
Capitò pure che m'innamorai di una mia corrispondente, solo che dal vivo ero piuttosto impacciato, e lei finì per trovarsi un altro morosetto. Anche questa è un'altra storia, comunque quello scambio epistolare – con un sapiente montaggio – sarebbe ottimo per un libro. Soprattutto, è interessante la gamma di emozioni e sentimenti emersi nel corso della corrispondenza, soprattutto dopo il momento in cui io venni a conoscenza del presunto tradimento (come va considerato un tradimento fisico in un rapporto epistolare?).
A questo punto, aggiungerei che per molti anni ho tenuto un diario. Quella dimensione d'intimità, che instauravo talvolta con la corrispondente di turno, ho scoperto che era piacevole averla anche con me stesso. Va detto che molto spesso mi limitavo ad una cronaca delle mie giornate, in cui le mie emozioni erano filtrate da strati di razionale incasellamento in categorie, spiegazioni, motivazioni, ecc.
In certi momenti, comunque, tenere un diario è stato qualcosa di prezioso, soprattutto quando attraversavo dei momenti di grande frustrazione.
Mi rendo conto di aver parlato di “che cosa è stato per me” scrivere, non di “che cosa è”. In realtà, il significato che ha avuto la scrittura per me è lo stesso che ha ora. Ora indugio molto meno nella cronaca, rispetto ad un tempo; esprimo di più le mie emozioni.
L'ultima serie di gran bei viaggi che ho fatto, nel 2009-2010, è stata talmente ricca da meritare una documentazione scritta, che si è trasformata in un libro. In quel caso, c'era molta cronaca (che secondo me era pure interessante), ma anche una parte più rappresentativa dei miei sentimenti e riflessioni, soprattutto nei numerosi flash-back nel mio passato che alternavo ai capitoli sui viaggi recenti.
Ahimè, quel libro non l'ho mai pubblicato, né del tutto finito: manca il titolo, manca una revisione sapiente (con l’aiuto di una mano esperta; da solo ne ho fatte a decine, incartandomi regolarmente), e manca un finale.
A parte questo, ne sono orgoglioso, è come una mia creatura.
Per me scriverlo è stato un dono a me stesso, e potenzialmente agli altri.
È stato un modo per dare un significato più profondo e più ampio a tutto ciò che ho vissuto.
Inoltre, scrivere una cosa autobiografica è sconvolgente! Provate per credere: quando rivisiti il tuo passato (soprattutto se antico), gli dai nuove forme e significati, lo trasformi proprio. Di conseguenza, trasformi anche te stesso, il tuo presente (come nel film Ritorno al Futuro).
Va anche detto che, qualunque sia la storia personale che scegli di rivisitare, sei tu il regista: scegli il montaggio, quali scene tagliare, quali mettere in primo piano e quali sullo sfondo. Dalla stessa storia puoi creare una commedia brillante, un film drammatico, o persino una tragedia.
Dopo aver scritto un'autobiografia, non sarai più la stessa persona.
Io mi sono sentito arricchito, immensamente arricchito. È come se avessi riscoperto (in certi casi, scoperto per la prima volta) quanti tesori ci sono stati nella mia vita: esperienze, persone, incontri, viaggi...
Ho persino fatto pace con mio padre, attraverso il libro.
Con mia madre ci sto lavorando... il libro mi ha fatto vedere che non ero così in pace con lei come credevo!
Diavolo di un libro.
Per concludere, direi che continuo ad essere sorpreso dal dono che la scrittura è per me stesso, prima di tutto. Talvolta m’incarto in oziose frasi per sfuggire alla profondità, ma molte altre è la scrittura che mi aiuta proprio ad andare in profondità, ad aprire il cuore. E questo non è certo poco.
E certo continuerò.
Emanuele
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Il mio rapporto con la scrittura è sempre stato un rapporto difficile.
Per molto tempo mi hanno fatto notare che ero una persona che “non sa scrivere”.
In effetti, rileggendo alcuni scritti ‘giovanili’, posso confermare che è la verità.
Eppure, eccomi qua a gestire un sito internet in cui raccolgo scritti, brevi articoli, riflessioni a cui mi dedico, talvolta, anche in prima persona.
L’idea di rendere in parole i sentimenti interiori, di esprimere un’opinione o di raccontare - semplicemente e allo stesso tempo sorprendentemente - la vita????, mi è sempre piaciuta.
In ogni caso, ho fatto una bella scoperta: se non si sa ancora scrivere, non devi disperare perché si può sempre imparare!
Ognuno di noi ha un ‘mondo’ dentro che, da qualche parte e in qualche forma, deve poter uscire e, talora, questo si concretizza attraverso la scrittura o, altre volte, attraverso delle immagini (disegno o fotografia). A tal proposito, di recente, ho letto una riflessione che mi ha colpito e che vorrei condividere. Un amico fece osservare a un illustratore agli inizi della carriera che il disegno “non lo conteneva per intero”. Quell’illustratore, anni dopo, è riuscito a diventare un bravo scrittore tanto da essere pubblicato da un famoso editore e sta avendo successo.
Nel mio caso è un po’ il contrario: con la scrittura non riesco sempre ad esprimere tutto e mi piacerebbe associare al contenuto delle immagini per completezza. Basti pensare alle foto che accompagnano i post di facebook. In quel caso, la nostra attenzione è subito catturata proprio dalla foto prima che dal testo. Mi infastidisco, invece, quando constatato che l’immagine non corrisponde al contenuto del post. Come certe immagini mi fanno ‘vibrare’ dentro e mi piacerebbe essere io a crearle per potermi esprimere anche attraverso di loro e così come cerco di fare con le parole.
Tornando al mio rapporto con la scrittura, sicuramente considero scrivere un bel modo per comunicare. Ma soprattutto, quando scrivo, il mio desiderio più grande è riuscire a tradurre in scrittura le emozioni. La mia intenzione è arrivare al cuore delle persone e trasmettere il sentimento che sta dietro a quello che sto raccontando.
In buona sostanza, mi piace quando, grazie alle parole, ciò che ho dentro esce fuori e arriva ad altre persone; mi piace quando ciò che scrivo fa riflettere o provare dei sentimenti.
Giulia




