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Ieri è successa una cosa che voglio condividere: il calcio femminile passa al professionismo.
Me lo ricordo benissimo quando ho smesso di giocare, era il 2009. Ho finito la mia prima stagione in serie A e appeso le scarpe al chiodo, per iniziare a lavorare.
In pubblicità non sei sicuro di non lavorare il weekend e nemmeno sai a che ora finisci la sera, quindi non mi era sembrato di avere scelta. Per almeno un anno, forse due, – tra stage, controstage e co.co.pro – ho guadagnato sicuramente meno del mio rimborso spese al Venezia, ma mi è sembrata comunque la decisione giusta, stavo costruendo qualcosa. Nel frattempo, non avevo smesso solo di giocare, ma anche di correre o di fare qualche altro sport.
Qualche estate fa, quando ho seguito i mondiali, non riuscivo a non commuovermi guardando le partite. Piangevo e mi ricordavo che dieci anni prima la Gama giocava al Tavagnacco – o forse era il Chiasiellis? – c'avevamo giocato contro, sicuramente perdendo, ed era già forte. Piangevo e mi ricordavo della concentrazione durante il riscaldamento, dell'attenzione con cui mettevo la divisa, sistemavo le scarpe e i parastinchi, dell'erba tagliata, ma anche di quei campacci di terra e calcinacci, ma soprattutto della tensione che si prova appena si entra in campo. Non ho più provato niente del genere.
Allora una lacrimuccia la faccio pure oggi, perché spero che più nessuna debba smettere di giocare perché non esiste una squadra giovanile a meno di 40km o semplicemente perché deve lavorare.

Elisa Zugno