Tema del mese: Covid19 2.0 -prima della fase2 Quarantena, giorno n + 1. Non guardo più i telegiornali, leggo ogni tanto un articolo suggerito da qualcuno che stimo. Ho perfino sbagliato a dare la mia mail personale al lavoro, e così per un pezzo sono stata tagliata fuori da qualsiasi comunicazione e aggiornamento. Quando mi capita di sentire qualche notizia, scopro che non è cambiato niente: ti danno i numeri di morti-contagiati-ricoverati-terapia intensiva-a casa-in casa di riposo-guariti e non so cos’altro… una sfilza di numeri che significano vita e morte e che riferiti in questo modo non hanno alcun significato, sembrano numeri del lotto a troppe cifre. Per fortuna la mia bacheca Facebook pullula di notizie date con garbo e intelligenza, molto più – sia dell’uno che dell’altra – del tg nazionale; le persone esprimono le loro paure, i loro dubbi, la loro rabbia. Ho appreso da Facebook della morte di Sepulveda, e ho apprezzato la dolcezza con cui gli amici ne parlavano. Ho tanto riso alle battute su chi gli aveva riconosciuto libri non suoi; poi ho anche riflettuto, grazie a chi diceva: ma insomma, voi non sbagliate mai? E però alla fine era più divertente la presa in giro; io sbaglio, ma non finisco in tv e nemmeno sui giornali. Tutto questo c’entra con il virus, e anche no; ma c’entra: perché tutto, ormai, c’entra con il virus. Mio fratello in terra straniera lo rivedrò forse l’anno prossimo; Mikael, che compirà due anni ad agosto, lo vedo crescere via skype. E il bambino in pancia? Anche i nipoti vicini li vedo solo in foto, sulla stradina di casa con la bici e la mascherina. Altri, più grandi, li vedo sofferenti come animali in gabbia, scappano per i campi in cerca di incontri clandestini che diano conforto alle loro inquietudini. Sono tutti specchi. Siamo tutti specchi. Mi preoccupa la fase due perché non sono sicura di quello che troverò fuori. Mi preoccupano i fatalisti che al reparto ortofrutta sbuffano se chiedi loro gentilmente, dopo che ti hanno urtato, di mantenere le distanze; mi preoccupano anche quelli con me, tranquilli e rispettosi, e che pure la paura ha reso diffidenti, sospettosi, e arrabbiati. Mi preoccupa dover rientrare al lavoro, il 4 maggio. Non è chiaro come si possa riprendere il lavoro se le scuole sono chiuse, dove finiranno i bambini? Chissà. Seguo, come si dice oggi. Non è chiaro nemmeno se saranno in grado di garantire distanze, sicurezza, e di come farò io a parlare per cinque ore al telefono con la mascherina; sarà difficile, hanno detto, ma bisogna farlo - grazie tante. Mi mancano gli amici dei corsi di scrittura e le vecchie amiche della scuola: vedo tutti via Skype e mi sembrano bellissimi, non me li ricordavo così belli, questa quarantena mi rende ancora più sentimentale. Le video chiamate sono vitali ma frustranti: mi senti?, non ti sento, ti sento ma non ti vedo, ti vedo ma sei immobile, ragazze ho una bella notizia! - e poi più nulla, silenzio, oddio mi sto perdendo la notizia bellissima, dove siete?, non vi sento più! Adesso sento, c’è un gatto che miagola, vi sento dire che meraviglia questo gatto, che dolce, che bello, e io niente, vi ascolto ma vedo solo le vostre foto, ah, che ansia le video chiamate. E però, per fortuna che ci sono, le video chiamate. Ho provato a fare ancora una volta l’elenco della cose belle; noto che in questo periodo hanno a che fare con la pazienza e la dolcezza, e con l’assenza di sensi di colpa. Elenco delle cose belle: Come prima cosa, una personale esperienza di cui sarò sempre grata a questa quarantena: ho scoperto il genio di Zerocalcare (che già conoscevo, ma - diciamo - non frequentavo. Invece adesso sono proprio innamorata). Intrattengo corrispondenze (amorose, sempre) con persone importanti, che mi leggono, non mi giudicano, e mi regalano preziosi pezzetti di sé. Ho imparato a farmi cullare dalla voce delle mie amiche, ad approfittare della dolcezza altrui; e ho scoperto che è una cosa bellissima. Ho anche scoperto che non sono saggia come credevo – il che sembra una cosa non bella, ma nel lungo termine so che mi sarà molto utile. Non scrivo, non riesco, anche se ho un sacco di tempo libero. Ma non mi sento neanche un po’ in colpa! Sto leggendo un sacco di bei libri, anche leggeri e non particolarmente scritti bene, che però mi aiutano a evadere e mi regalano serenità. Invece altri libri, consigliati a tutti i miei corsi (penso ai racconti di Wallace e della O’Connor, per esempio), li ho sul comodino da più di un mese, e stanno lì; e nemmeno per questo mi sento minimamente in colpa. Mi viene in mente la vignetta di Just my two cents: Paolo è arrabbiato con i bimbi, dice a Olivia di essere stanco della loro disubbidienza e che vorrebbe gli dimostrassero un po’ di gratitudine per tutto quello che sta facendo per loro. Quando arriva Davide e chiede: cosa c’è?, Olivia spiega: il papà vuole un po’ di grattitudine; e suo fratello: sulla schiena? Ecco, l’ultima cosa bella sono i motivi di gratitudine.
Elena
________________________
Questa quarantena prorogata ha creato una lunga, profonda crepa, costringendo le persone a scegliere se starne al di qua o al di là. Il Contesco, conteso rasoio ha tagliato quasi tutte le vie di fuga esterne, lasciando solo quelle interne – con enormi differenze tra le persone. Al di qua della crepa stanno quelle che vivono bene nel proprio mondo interiore, perché lo frequentano e sono abituate ad esprimerlo attraverso molteplici canali creativi: scrittura, teatro, pittura, musica; ma anche: comunicando in modo fluido e arricchente con il partner, i familiari, gli amici ora lontani. Supponendo che ogni persona abbia un intero mondo dentro sé, potremmo non annoiarci mai e non annoiare mai, esplorandolo e condividendolo con altri. In teoria. Questo sta accadendo a me e a molte persone che conosco: sembra che i canali comunicativi si siano fatti più puliti, che scorra più corrente, aria più frizzante, come in queste magnifiche mattine di primavera. Questa condivisione di mondi diversi è una grande bellezza in un periodo comunque difficile. Come mai esistono le persone al di là della crepa? Credo di capirlo bene, perché ci sono stato per un bel pezzo. Ero concentrato soprattutto su ciò che non potevo più fare: andare a trovare chi mi pare e piace, farmi lunghi giri in mountain bike, gite fuori porta, viaggi all’estero. È una brutta bestia, questa: si diventa poveri, a pensare continuamente a ciò che manca, ci fa precipitare nella miseria più nera. E poi, il nostro mondo interiore è un’altra bestia strana, tendenzialmente selvaggia. Se la eviti troppo a lungo, ti sfugge, s’asconde, s’acquatta ne’ pertugi e da essi ringhia minacciosa, al punto che ti senti più sicuro ad evitarla del tutto. Ma se scendi nei tuoi Inferi personali, potresti avere infinite sorprese, e in ogni caso scoprire molto più spazio, e non avere più bisogno di andare chissà dove. Se non un minimo sindacale di erba da calpestare (annusare?), alberi da vedere (abbracciare?). Facile forse per me favellare: sto in campagna, posso lecitamente fare belle corse nei campi, abito con una sorella (con cui parlo, corro, e ceno), una mamma (che mi dà brevi ordini; mi evita), un gatto Mirtillo (che infonde ignara serenità intorno a sé). E poi ho un lavoro. Oltre a questo, ciò che mi ha dato forza e serenità in questo periodo è stato il mio corso di scrittura: la possibilità di progettare ed esplorare mondi assieme a straordinari colleghi e insegnanti (come quando ti accingi a scrivere un romanzo) mi ha permesso di abitare in un universo parallelo, non distaccato dalla realtà ma comodamente e armonicamente in essa adagiato, ovunque io mi trovi fisicamente. Naturalmente (potrebbe sembrare prosaico ma non so che farci) è indispensabile avere un PC, un telefono e una connessione internet. Se tutto questo fosse capitato trent’anni fa, forse sarebbero bastati un quaderno e una penna. Ma comunque: un pezzetto d’erba (o di spiaggia) appena fuori dalla porta di casa.
Emanuele
________________________
Dopo lo stupore, è il tempo della rabbia, in parte. Sono la prima a pensare che non sia il tempo delle polemiche, ma - lasciatevelo dire - possibile che un paese come l’Italia (in buona compagnia) non avesse un piano per un caso come questo. Con tutte le esercitazioni che si fanno: siamo pronti per il terremoto (o quasi), per evacuare da edifici in caso di incendio, pronti (o quasi) in caso di eventi atmosferici di eccezionale portata, ma per questo insieme a tutti i principali paesi del mondo siamo stati impreparati. O se altri lo erano, non lo erano per un propagarsi del contagio così diffuso e veloce. Non eravamo pronti a riempire ospedali e a contare i morti. Perché siamo stati così impreparati? Perché hanno portato allo sfascio la sanità? Perché hanno pensato ai numeri, ai “conti” prima che alla vita delle persone? Ben venga che la sanità sia pubblica; la volgiamo così e sappiamo che si può avere anche l’eccellenza, ma bisogna anche “averne cura”. Dedicare tempo e risorse (ebbene sì anche economiche) alla salute, alle persone (il sociale) e, invece, si sperpera per cose inutili (o meglio, utili - da intendersi meramente come un profitto - solo per pochi). Non so con che faccia qualcuno si sia permesso di mettere in moto, raccogliere firme per un referendum costituzionale il giorno dopo che finalmente si erano tagliati un po’ di soldi eccessivi dati al gruppo ristretto dei politici, i quali finora hanno portato solo a un impoverimento del paese e alla crescita zero. Stavamo per andare a votare per questo e mi spaventa pensare che potevano anche portare a casa il risultato di azzerare tutto e far tornare tutto come prima, nell’indifferenza e nell’ignoranza di molte persone. Li paghiamo tanto perché sono così bravi? E perché non hanno mai avuto lungimiranza per lo sviluppo e la crescita né mai sviluppato una politica per la famiglia. Perché per anni hanno sperperato il nostro denaro (quello pubblico, quello delle tasse) in mazzette e tangenti pensando solo a sé stessi e non al supremo bene comune? Ecco il risultato: impreparati. Impreparati all’emergenza e sull’orlo del baratro economico. E ora ci chiedono sangue e sudore. Lo stanno chiedendo a tutti i medici, infermieri e a quelli che devono continuare a lavorare rischiando la vita e lo chiederanno a tutti quelli che si troveranno senza lavoro, senza stipendio. Certo è un discorso che andrebbe maggiormente approfondito, ma adesso è il tempo della rabbia, degli sfoghi istintivi e - per certi versi - anche quello di riflettere liberamente su cose che questa situazione ha evidenziato. Spero a molti si siano “aperti gli occhi”. In parte è così, ora è lecito parlare di nuove soluzioni che prima sembravano utopie o eresie o tesi da complottisti. Evviva la libertà di pensiero! Finora si capisce solo questo: l’unica certezza è che tutto sarà finito quando il virus si suiciderà, e no, in quanto noi non possiamo nulla contro di lui, oppure troveremo il vaccino. Quando? Non è dato sapersi. Siamo dentro questa nebbia che ci avvolge, tra mille domande. Davvero è un virus di origine naturale? o qualche mente malata lo ha creato in laboratorio e volutamente diffuso? I virologhi? Si, ma quali? Sono prove tecniche di dittatura globale? Chi può dirlo. Personalmente non mi capacito né di tali ipotetiche cattiverie né di vedere un futuro così triste e negativo, dove è compressa e compromessa ogni forma di diritto costituzionale a partire dalla libertà. Non credo che lo si potrà sopportare. Non credo ci riusciranno. Frequentando questi giorni ignoti mi è venuta voglia si fare cose strane, provare nuove emozioni…di volermi più bene. Mi viene voglia, quando sarà finita, di fare cose che non faccio mai e che sicuramente non avrei mai pensato di fare se nulla fosse successo. C’è ancora molta nebbia nel dopo, ancora non sappiamo quando sarà e come sarà il dopo. Tutti i miei propositi e programmi dell’anno sono stati spazzati in un attimo. Niente di improrogabile, ma, come dire…lascia l’amaro in bocca. Mi chiedo se sarò capace di avvicinarmi alle persone (sconosciuti in giro) o prevarrà la paura (sarà ancora la minaccia del Coronavirus?). Dicono che ancora per molto tempo sarà così. Attendiamo.
Giulia