DISCORSI SEMISERI DI TRE ANIME ERRANTI - edizione anticipata sulla pagina fb di “www.ingiustiziequotidiane.it” in attesa del ripristino del sito - Tema del mese: Covid-19 (COronaVIrus Disease 19)
Carognavirus
Ho scritto questo pezzo il 12 marzo, lo preciso perché sono passate tre settimane e sembra una vita fa; alcune cose le dovrei modificare - nel frattempo ho fatto la spesa, e sono in cassa integrazione - ma ho deciso di lasciarle, perché è giusto ricordare. Non so se saremo davvero migliori una volta passato tutto questo, ma provarci significa innanzi tutto non dimenticare. Parlare di covid-19, adesso, non è semplice. Perché ne parlano tutti e sembra impossibile dire qualcosa di significativo, perché le notizie cambiano di ora in ora, i numeri cambiano di ora in ora, i decreti anche – e sembra impossibile anche dire qualcosa di aggiornato. Io non sono un medico, ho studiato filosofia e la mia arte sono le seghe mentali: mi interessano le persone, quello che hanno dentro e che nessuna tac o risonanza può mostrare. E devo dire che in questo periodo sono molto confusa, e spaventata – dal virus, dall’ignoranza, ma sopratutto dall’arroganza. Quello che faccio, quando sono confusa e spaventata, è cercare dei punti fermi che mi possano illuminare in qualche modo il cammino; non sono i miei punti d’arrivo, non necessariamente, ma mi aiutano. Così sto cercando di fare anche ora, mi soffermo sulle cose importanti anziché perdermi nell’ansia – cioè, almeno ci provo, con risultati alterni in realtà. Ma concentriamoci sul positivo. Ho imparato per esempio che “42” non è più la risposta; la risposta ora è: lavarsi le mani. Qualunque sia la domanda. Il giornalista chiede: ma le mascherine servono? Il medico risponde: lavarsi le mani. Il giornalista chiede: i trasporti funzioneranno? Il politico risponde: lavarsi le mani. Il lavoratore chiede: mi è garantita la sicurezza? Il datore di lavoro risponde: lavarsi le mani. A me questa risposta piace, mi ricorda tanto mia mamma che gridava: è pronto, lavarsi le mani! in tempi in cui nessuno ancora lo diceva. Ho imparato anche quali sono le cose davvero importanti. I servizi essenziali, come dicono nei decreti: ospedali, farmacie, supermercati, call center. Magari se le cose dovessero peggiorare decideranno di restringere ulteriormente il campo, magari finiranno per chiudere anche i supermercati – dio non voglia, ho solo sette kg di pasta in dispensa; ma stiamo tranquilli, che i call center ci saranno sempre (questo lo dico, chi mi conosce lo sa, non da vittima bensì da protagonista; ma sono molto arrabbiata e sto finendo di contare fino a dieci milioni prima di parlarne). Ho imparato che tutti amano il teatro, questa è una cosa che proprio non sospettavo; sono tutti disperati che non si possa andare a teatro. A questo proposito ho letto una cosa molto bella che suggeriva di riempirli, i teatri, una volta che sarà tutto finito. È un invito giusto, e finalmente positivo, in questo periodo così difficile: preoccupiamoci di resistere per tornare più veri di prima. Sosteniamo gli artisti, gli artigiani, i lavoratori tutti che oggi sono fermi, sosteniamoli non solo a parole ma anche, domani, coi fatti: andiamo ai concerti, agli spettacoli, compriamo quel che possiamo, condividiamo la bellezza. Occupiamoci delle persone, di quello che provano, non prendiamo in giro chi ha paura, non arrabbiamoci con chi sbaglia, abbiamo tutti bisogno di capire e di imparare. Vi chiederete: eh, ma si può mandare a cagare chi dice che basta un po’ di vitamina C per sconfiggere il virus? Che è tutta una esagerazione mediatica, che i poteri forti ci stanno assoggettando, che gli americani stanno venendo a invaderci? Io non sono arrivata nemmeno a centomila, a contare, e non so se ai dieci milioni avrò davvero una riposta; intanto conto, respiro, e la vitamina C, mi aggiorna mio moroso, è introvabile in tutta Italia. Io comunque non sono un medico, mi pare di averlo già detto: la mia specialità sono le domande, e non le risposte. E le cose più belle che ho letto, quelle che mi hanno consolato in un momento che consolazione non conosce, parlano di comprensione, di collaborazione, di unità. Poi, va beh, mandare a cagare qualcuno non mi pare una cosa così terribile, nemmeno di questi tempi. Vorrei concludere con un ringraziamento: senza nulla togliere a medici infermieri e lavoratori tutti del sistema sanitario, vorrei ringraziare chi lavora nei supermercati (saluto il mio amico Marco che è stanchissimo); chi lavora da casa senza tanto clamore; chi sta a casa anche senza lavorare, rinunciando a quel che sa solo lui; chi su facebook mette cuori anziché sciabole; chi ha scritto i libri che in questi giorni di ferie tristi sto leggendo; chi compie gli anni in questi giorni e non può festeggiare, ma mi ha garantito: torneremo, e saremo bellissimi.
Elena
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Freeze
Ad un certo punto, di sabato sera, le vite di tutti noi si sono congelate. Nessuno aveva dato tanto peso a questo coronavirus cinese. Qualcuno avrà pensato: per forza, se si mangiano ogni sorta di animale che si muove sulla superficie della Terra (e anche sotto)! E la loro igiene, poi… Invece questo Covid-19 è stata la nostra grande sorpresa del 2020. In Cina l’hanno pressoché debellato, qui no. Anzi. Una volta giunto in Italia, il virus non è stato affatto confinato in uno o due territori ristretti, ma si è propagato con subdola rapidità un po’ ovunque. Quel sabato sera di marzo, dunque, è arrivato un decreto che ci ha fatto venire la pelle d’oca, congelandoci di colpo nelle nostre dimore (residenza o domicilio che fosse): dovevamo scegliere, potendo. Da questi improvvisi arresti domiciliari ci si poteva muovere solo per validi motivi: lavoro, salute, spesa. Potresti essere in fase di temporaneo trasloco da una casa ad un’altra, magari prima eri da solo, ora torni dai tuoi, per poi andare da un’altra parte ancora. Ma, ZOT! Il congelamento ti ferma in una di queste fasi. Puoi essere in un mini in città, solo, in buona compagnia, in cattiva compagnia; in una casa di campagna, il che per certi versi è positivo. In ogni caso è un congelamento improvviso. È come portare la tua condizione all’estremo, enfatizzando il tuo vivere da single (ancora!), o coi genitori (ancora!), o essere in coppia ma senza aver preso l’impegno di convivere (ancora), o essere in una coppia ormai da tempo scoppiata che però vive insieme (ancora). Per alcuni, può non fare tanta differenza. Per altri, ad esempio per una persona che si è appena separata, la situazione può assumere le caratteristiche di un incubo, che potrà terminare soltanto con il risveglio, quando verrà deciso dal nostro Presidente del Consiglio. Poi, c’è il lavoro. Altro congelamento: se eri disoccupato, resti ancora più disoccupato. Se avevi partita IVA, in molti casi sarai quasi disoccupato. Se avevi un bar o un ristorante, ancora peggio. Se invece avevi (e hai) un lavoro come dipendente, e non ti hanno chiuso la ditta, potresti essere felice di avere una lecita scusa per uscire di casa e vedere gente (sempre che ti faccia piacere), o di avere nuove opportunità come il lavoro in una sede più comoda a casa o persino lo smart working, da casa. Come mai certe formule divengano improvvisamente possibili, permettendo uno straordinario risparmio di tempo e stress, meno inquinamento e meno traffico, resta un mistero. Lavoro a parte, puoi muoverti, non sei mica agli arresti domiciliari! O forse sì? Anche perché non sarebbe legale. O forse sì? Sento di gente che usa la spesa o il cane come scuse per uscire di casa con liceità; le battute su cani, gatti e pesci rossi da passeggio si sprecano. C’è chi urla: “restate in casa!”, “evitate gli assembramenti!” - consigli intimidatori, ma abbastanza sensati, soprattutto il secondo. C’è però chi organizza una caccia alle streghe, lapidando (metaforicamente, per ora) i ciclisti che passano, anche se non assembrati. Forse perché sembrano divertirsi, specie se sportivamente abbigliati (ma con che coraggio, poi, pensano a divertirsi, quando c’è gente che muore?). C’è chi denuncia a casaccio, improvvisandosi neo-paladino di una giustizia di cui non capisce nulla, scaricando su altri la frustrazione crescente che ha dentro. C’è chi fa il furbo, si fa per dire, organizzando mega cene e feste e ritrovi tra amici come nulla fosse. Ognuno pensa: “io e i miei amici non ce l’abbiamo, il coronavirus”. Persino, alcuni hanno scaramanticamente condiviso in compagnia lo stesso bicchiere, di proposito, condividendo anche il coronavirus: ma chi se lo sarebbe mai aspettato? Alcuni neocatecumeni hanno bevuto dallo stesso calice per motivi religiosi, magari pensando che il potere della loro fede superasse quello del virus. Ma, ahimè, questo non ha fatto altro che esacerbare l’eterno conflitto tra fede e scienza, in questo caso nettamente vinto dalla seconda. Per quanto mi riguarda, mal sopporto le regole imposte con rigidi formalismi, prive di un’intelligenza applicativa, che dovrebbe tenere conto dei casi specifici. Ho letto tutto e il contrario di tutto, ad esempio, su un tema che mi interessa molto, e cioè: posso andare in giro in bici, ovviamente da solo, lontano da tutto e da tutti, evitando di farmi male (rischierei di intasare i già saturi ospedali)? Risposta: sì, va bene l’esercizio fisico all’aria aperta, anche in bici, non aggregato; però devi stare nel tuo territorio (cioè?), sennò potresti rischiare una denuncia, come minimo, ma comunque in teoria puoi farlo, però solo se vai in bici al lavoro o a fare la spesa. Certo non mi posso fare il coast-to-coast, come lo scorso anno (che nostalgia!), ma posso andare sui miei colli? Non condivido l’abitudine normativa in Italia: anziché effettuare controlli intelligenti su chi trasgredisce le regole, vengono inasprite verso tutti, indiscriminatamente. Forse ce lo meritiamo? Ma non voglio divagare troppo. Volevo ricordare chi cerca di proteggerci da questo virus: i medici in prima linea, e gli infermieri, di cui si parla meno, e gli OS, di cui proprio non si parla. Si fanno turni massacranti, con protezioni inadeguate, rischiando un contagio che in alcuni casi ha gravi conseguenze permanenti, se non fatali. Penso spesso a loro, mi chiedo se siano stati costretti a diventare eroi, o se ne avessero già la stoffa, o se gli sia capitato e basta. Ho stima e fiducia in tutti loro, mi pare profondamente ingiusto che si ammalino. Ho sentito una mia carissima cugina, che è medico a Conegliano ed è terrorizzata. Mi ha chiesto di pregare per lei; io non prego, ma in qualche forma anche sì, la penso sempre, le invio energia positiva, le scrivo, la abbraccio virtualmente e, spero presto, dal vivo. Nel frattempo, vivo come tutti una vita confinata, una primavera in bottiglia, una libertà vigilata. Talvolta temo il contagio, in certi momenti mi pare di vivere come in una guerra planetaria, mi manca il terreno sotto i piedi, mi sento vulnerabile. Del resto, forse questa è una sensazione realistica: noi umani siamo fragili, ammalabili, mortali. Ma è anche la nostra bellezza, è ciò che rende infinitamente preziosa ogni nostra giornata. Ho partecipato a lezioni di palestra da Youtube, al mio corso di teatro via Zoom. Sono stato stupito dalla semplicità con cui ci si può incontrare virtualmente. Non è la stessa cosa, ma è qualcosa, talvolta è parecchio, mi riporta a sorridere. Mi sembra che i rapporti tra le persone siano diventati più morbidi, sensibili e intensi. Come se questa forzata lontananza fosse un setaccio, un fuoco che discrimina ciò che è autentico da ciò che è finto, restituendo ogni cosa più pura. Ho voglia di riabbracciare molte persone, e sarà liberatorio, commovente: una festa. Credo. Chissà quanto tempo passerà. Spero di andare presto al mare in Romagna, di rivedere mio fratello, mia cognata e il mio splendido nipotino, che soffre più degli adulti la solitudine e fa l’elenco degli amichetti che non può vedere. Non vedo l’ora di tuffarmi nell’acqua fresca del mare e lavare via tutte le coronatensioni di questi mesi così surreali, terribili, eppure con un loro misterioso fascino.
Emanuele
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Stiamo vivendo un futuro che non avevamo catalogato tra quelli possibili, ma il futuro è qui: è entrato senza bussare
Certe cose continuiamo a farle, altre no. Si nasce, si muore. Si ama, si odia, ma soprattutto si ama. Perché, è in momenti come questi che si scoprono tutte quelle buone qualità di ciascuno che di solito non fanno notizia. Quelle che teniamo nascoste in un angolino del nostro cuore. Scopriamo persone che provano compassione e si moltiplicano le iniziative di solidarietà. Penso che la maggior parte delle persone sia fondamentalmente buona e se può - quando può - fa concretamente qualcosa per gli altri, anche quando si tratta solo di ‘solo’di stare a casa. La maggior parte di noi non è esperta di questa materia, vede solo i fatti, per quanto possiamo pensare che siano veri i dati che forniscono e, almeno in parte corrette le informazioni che ci vengono date. Vediamo furgoni dell’esercito portare via i morti nella notte, vediamo persone che, in pochi giorni, lasciano i loro cari, vediamo persone morire da sole e questo fa tanto male. Ci dicono di stare a casa per evitare i contagi, speriamo solo che basti. Improvviso, inaspettato, senza preavviso, senza darci il tempo di prepararci, è arrivato il tempo per riflettere, per andare ‘con calma’. Quel tempo per pensare ogni giorno, in primo luogo e sopra ogni altra cosa, alla nostra vita (pura e semplice vita senza ‘sofisticazioni’) e alle persone (all’esistenza in sé e alla nostra dignità di uomini). Sentiamo più vivo un senso di appartenenza, dai piccoli ai grandi nuclei sociali di cui facciamo parte e sentiamo perfino quel senso di appartenenaza all’umanità stessa, troppo spesso dimenticato. Ora siamo uomini contro un virus, ma siamo anche italiani confinati nel nostro territorio, siamo della zona (rossa) e così fino al più piccolo gruppo di cui ora siamo più consapevoli, confinati nelle nostre case. Abituati alla confusione del mondo che ci circonda, a mille rumori e distrazioni, ora possiamo ascoltarci dentro, stare un po’ con noi stessi. Di cosa ho veramente bisogno? e di cosa posso fare a meno senza troppi problemi? Avevo davvero bisogno di tutte quelle cose di cui ero circondato o mi circondavo? Sono pensieri ricorrenti in questi giorni, si rincorrono domande più che risposte. Il mondo come lo conoscevamo è cambiato. Le nostre abitudini: stravolte i pochi giorni. Ho sempre pensato: nella vita “non bisogna mai dare nulla per scontato”. Ebbene, certo non mi aspettavo questo. Però…ci sta. Ci sta se ci riflettiamo un po’: basti pensare che epidemie, anche pandemie, nei secoli passati ci sono state e sono state ricorrenti. Le epidemie sono cose da medioevo giù di là. Eppure, la Sars e l’Ebola erano stati dei segni premonitori (?). Già avevamo iniziato ad avere paura, ma l’eurozona era stata risparmiata e questo ha alimentato il nostro avvertire queste cose come ‘lontane’, come se a noi non potessero mai succedere. Ma non è così, non è mai stato così e ora è arrivata solo la conferma. Al contrario di quello che potevamo pensare, ecco che la globalizzazione ha portato ad una pandemia con diffusione capillare e proprio nei paesi più industrializzati. Ma noi siamo vissuti in questo e nel precedente fine secolo come dei “padrieterni”, come degli esseri omnipotenti. Siamo stati cresciuti come se fossimo invincibili, come se l’umanità non avesse limiti. Circondati dall’epopea dei supererori, nati in un mondo dominato da “superpotenze”. Dove l’uomo domina la natura, la scienza fornisce soluzioni, la medicina fa solo progressi. Dove un algoritmo è pronto a dare risposte a tutti i problemi. Convinti quasi di poter clonare l’uomo e di decidere a nostro piacimento il colore degli occhi e dei capelli dei nostri figli. Un mondo dove si compra all’impazzata (e, a volte, ciecamente) e dove si corre sempre con l’affanno per non restare indietro, spesso senza riuscire nemmeno a chiederci dove stiamo andando veramente. Quante volte ce lo siamo detti, dietro a quei “come stai” senza rispondere veramente, con quella fretta di passare oltre; quanti abbracci frettolosi senza prestare attenzione, quante strette di mano mancate, quante volte abbiamo rinviato o ci siamo scansati per continuare la nostra corsa senza mai fermarci, neache un’istante. Un ingranaggio innestato che non si può fermare o almeno così abbiamo sempre pensato. Fino a quando non è comparso questo essere che nemmeno si può vedere ad occhio nudo, fino a quando questo virus è comparso a sfidarci e a metterci alla prova minacciandoci di morte. Stiamo vivendo un futuro che non avevamo classificato tra quelli possibili. Ma il futuro è qui, è entrato senza bussare. Ora è il nostro presente, è una sfida da affrontare, è una soluzione da trovare insieme. Ci eravamo dimenticati che esistesse anche questo tempo, nemmeno riuscivamo a immaginare come possibile, come reale, questo modo di vivere e concepire l’esistenza, eventualmente confinato solo nella fantasia. Spesso ci siamo fatti scivolare il tempo addosso, ma ora, ora no, non si può più, anzi, sappiamo che non si deve. Abbiamo sempre rimandato tante, tantissime, troppe cose importanti, ma non urgenti. Stiamo imparando a vivedere il tempo come dono e ci guardiamo nel cuore. Ecco, ora, non più soffocati dalle contingenze, dalle incombenze per quanto nobili e doverose - dovute a qualcuno o per qualcosa - passeggiamo a piedi scalzi in un territorio inesplorato, apriamo porte che non sapevamo esistessero, entriamo in stanze dove non è ancora stato nessuno. È anche un’occasione che non dobbiamo perdere, che non dobbiamo farci portare via. C’è tanta incertezza, tanta paura, ed è giusto che sia così. Sapevamo vivere prima e sapremo vivere il il poi. Impareremo a vivere il poi. Le giornate assumono nuove connotazioni ogni giorno, senza quella prevedibilità di prima che ci faceva in qualche modo stare al sicuro. Certo danno anche molto fastidio, non solo misure di emergenza prese e imposte dall’autorità restrittive perfino della nostra libertà personale,della libertà di spostarsi, di lavorare, di comprare, ma anche - e questo mi dà molto più fastidio - persone che si mettono a dirmi come devo spendere il mio tempo (per chi ne ha di libero), se devo abbracciare o non abbracciare qualcuno, se posso o non posso o come devo avere rapporti interpersonali o anche intimi. Non ho mai sopportato quando altri mi dicono cosa devo fare. Mi sento uno spirito libero, già mal sopporto certe regole (esagerate) e la burocrazia in generale. Tuttavia, in questa particolare situazione non mi pesa così tanto se penso che serve per la mia e altrui sopravvivenza; per questo bisogno primario e imprescindibile che sta sopra ad ogni cosa. C’è anche un risvolto che non si può non sentire come positivo. Quel riscoprire il senso delle cose semplici. Quelle che abbiamo sempre avuto e di cui non abbiamo mai sentito il bisogno e, per questo, non abbiamo mai dato loro l’importanza che meritavano. Cadono false sicurezze che si rivelano solo apparenti. Si torna l’essenziale. Una passeggiata all’aria aperta, un abbraccio, un bacio, una corsa, la presenza di un familiare o di un amico…finalmente ci siamo accorti della loro preziosità. La vita è sempre un’insegnate molto attenta e severa, ma anche premurosa per certi versi, e noi non dobbiamo perderci questa lezione.
Giulia