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DISCORSI SEMISERI DI TRA ANIME ERRANTI

Il tema del mese: “Gli sforzi dell’ordine”

Non sono un’appassionata di divise. Mi incutono timore, non sicurezza. Mi fa paura pensare che possano usare la forza pur senza averne il diritto, che possano impormi qualunque cosa sfruttando la mia ignoranza o la mia debolezza. Questo da sempre, da prima di Genova, da prima di Cucchi, e senza aver mai avuto esperienze personali negative. È strano anche perché sono in genere piuttosto ottimista, ma tutta questa stima e questa fiducia nelle forze dell’ordine, non so, non ce l’ho.
La prima volta che mi han fermato in macchina ero in vacanza in Sicilia, e stavo guidando io; in una settimana è successo forse quindici volte, alla fine mi fermavo da sola, appena vedevo polizia o carabinieri; accostavo, mostravo i documenti, e poi chiedevo informazioni stradali. Era diventata un’abitudine anche piacevole e non mi faceva più paura, non ho mai avuto problemi di alcun tipo. Sono passati vent’anni e non sono più stata fermata, eppure se vedo una macchina blu a lato, e un tipo con la paletta rossa, il cuore mi batte sempre forte e trattengo il fiato finché non passo oltre.
La prima vera esperienza deludente è stata qualche anno fa, in occasione di un incidente in macchina. Noi facevamo i trenta all’ora in una strada buia, stretta e ghiacciata; il ragazzo che arrivava dalla parte opposta faceva qualcosa di più dei trenta all’ora e quando dalla curva è arrivato direttamente addosso a noi la nostra macchinina si è fermata, di botto, col muso accartocciato – l’altra macchina, grossa, non era affatto accartocciata, e lui è subito ripartito e con la scusa di liberare la strada si è spostato di duecento metri. Voleva tornarsene a casa a chiamare il papà, mi ha detto, ma non preoccuparti, è colpa mia, ho invaso la vostra corsia, non ho intenzione di scappare, davvero. A casa naturalmente non gli ho permesso di tornare, ma dopo aver chiamato il papà la versione era: forse è colpa un po’ di tutti e due, e quando il papà era arrivato la colpa era tutta nostra. Abbiamo chiamato il 112 perché le cose si stavano mettendo in modo non eccessivamente amichevole. Mi ricordo che abbiamo aspettato tanto e che faceva tanto freddo, e che quando sono arrivati i carabinieri uno dei due ha detto: siete fortunati che non correva neanche tanto, se no invece che qua adesso eravate su per il monte. A lui, al ragazzino con macchinone, niente. A noi che siamo stati fortunati perché invece che moltissimo il tipo correva solo un po’. Qualche giorno dopo, quando ho chiamato chiedendo un verbale che all’avvocato serviva per l’assicurazione, mi hanno risposto in maniera piuttosto sgarbata che non avevano fatto alcun verbale e che erano usciti solo per farci un piacere. Un piacere.
Un piacere.
Il secondo, triste incontro ravvicinato con le forze dell’ordine è più recente, quando qualche settimana fa mi hanno rubato la borsa (dal bagagliaio) e sono dovuta andare a far denuncia . Il carabiniere ha riso tutto il tempo, mentre scriveva il verbale non ha smesso un solo istante; un po’ di dava fastidio, mi sembrava non mi prendesse sul serio. Poi, per via di questo vizio che ho di cercare sempre il meglio dovunque, ho pensato che forse era un bene quel suo modo un po’ così di prendere la faccenda, perché smorzava la mia esagerata agitazione. Sono stata sgridata perché “non si lascia mai la borsa in macchina”, non ho avuto la prontezza di rispondere che non si rubano le borse, ho solo detto ok, però non è giusto, suscitando risate ancora più sguaiate.
Quando poi mi è stata restituita la borsa e ho dovuto dichiarare che i documenti erano stati trovati, sono tornata in caserma il carabiniere si è lamentato che l’avevo fatto lavorare per niente. Ha tirato quattro bestemmie che mi hanno gelato il sangue, e l’unica cosa che sono riuscita a pensare è: non vedo l’ora di uscire di qui.
Sono episodi piccoli, lo so. Non è successo niente, lo so.
Eppure sono episodi grandi ed è successo tanto, è successo tutto; e secondo me possiamo essere migliori di così, dobbiamo esserlo.

Elena
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Una volta ho letto in un testo di Psicologia che un signore, passando accanto a un poliziotto, aveva avvertito un lieve senso di disagio, accompagnato dalla voglia di fargli vedere che lui rispettava le regole. “Ecco un chiaro complesso di Edipo!”, commentava quindi l’autore.
Per molti anni ho pensato di avercelo anch’io, e pure piuttosto evidente, questo complesso.
Poi, qualcosa in me ha iniziato a cambiare. Nel corso del tempo, ho iniziato a mettere in discussione le varie figure autoritarie, riflettendo anche sul fatto che anch’essi erano dipendenti pubblici come me, pagati dalla collettività, e quindi dovevano dare il meglio di sé per tale collettività, di cui io facevo parte.

Di recente due poliziotti ferroviari mi hanno fermato mentre correvo in bici nel sottopasso della stazione di Verona Porta Nuova. Correvo piano, nel sottopasso deserto, e sono sceso non appena ho visto che c’era gente. O meglio, sarò sincero: sono sceso non appena li ho visti in lontananza, questi due inutili tutori dell’ordine, impegnati a chiacchierare tutto il giorno e a guardare i tanti bei culi delle turiste straniere e non (scomparsi, assieme alle loro proprietarie, in queste settimane di psicosi coronavirale: NdR).
I due figuri, probabilmente per noia, mi hanno fermato, e con tono piuttosto secco mi hanno detto che non bisogna andare in bici nel sottopasso, anche se non c’è scritto da nessuna parte, ma è ovvio, potevo investire qualcuno (perché secondo loro io sono un cecchino di passeggeri?), prego favorisca un documento.
Schedato.
La prossima volta rapino un treno, almeno mi schedano per qualcosa.

Ecco, in questo caso però va detto che io ero dalla parte del torto. Forse se fossi andato da loro dicendo: “quel cretino con la bici mi ha investito!”, ecco che allora si sarebbero prodigati per aiutarmi, confortarmi, raggiungere il malcapitato (lui, sì, un cecchino) e schedarlo, forse persino multarlo.

Allora, riporterò un altro episodio in cui ho avuto a che fare con un carabiniere.
Ero stato rapinato, di notte, sulla spiaggia di Jesolo, mentre stavo sdraiato sul lettino abbracciato alla mia bella. Avevo gli occhi chiusi, o forse spalancati sul cielo e sulle stelle, ma di certo non stavo pensando al mio marsupio, deposto accanto al lettino in un tempo imprecisato.
E poi: panico. Davvero brutto constatare la scomparsa di: cellulare (un i-phone non costosissimo ma quasi nuovo, molto carino), portafogli con sessanta euro, carte varie, chiavi auto, chiavi di casa, portamonete messicano.
Certi oggetti sono qualcosa di più che semplici oggetti. Ad esempio, l’oggetto-cellulare è una miniera di contatti, un ponte tra noi e gli altri, e molte altre cose; l’oggetto-chiavi auto è pure piuttosto utile, ed è quasi drammatico perderlo; i soldi, pazienza, si riguadagnano.
L’indomani, una volta ripresomi e recuperata l’auto, mi sono recato al comando dei Carabinieri di Bastia. Ero ancora piuttosto turbato, e non avevo ancora recuperato la mia carta d’identità, che era nella mia casa di Mestrino, sicché avrebbero dovuto credermi sulla fiducia! Ho spiegato la situazione a un giovane carabiniere di origini meridionali, gentile, comprensivo, efficiente.
In un attimo ha recuperato i dati della mia patente (rubata), e poi ha compilato la denuncia. Con l’intesa di ritornare da lui per qualsiasi aggiornamento successivo.

Allora, la divisa non fa l’autorità, si direbbe: come l’abito non fa il monaco. Credo di essere passato dalla soggezione alla prudenza: ci sono molte figure d’autorità che usano tale autorità per il bene della gente, con i loro limiti e con la loro umanità. Altri invece appaiono poco dotati di umanità ed empatia (doti indispensabili, a mio avviso, per un tipo di lavoro così potenzialmente utile e importante), e allora conferire loro l’autorità e il potere di una divisa è un grave errore.
Ancora più grave è che, quando la loro colpa è accertata, essi vengano ancora difesi da certi politici, soltanto perché indossano una divisa: questa è una cosa nefanda (ecco, volevo usare questa parola, prima della fine, e ci sono riuscito).

Emanuele

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Recentemente mi è capito un fatto a dir poco incredibile, una di quelle cose per cui vale l’affermazione: “la realtà supera la fantasia”.
Ovviamente, in questo tempo di emergenza per la diffusione di un virus che sta dilagando in tutto il modo (cose che si erano viste solo nei giochi in scatola, film, epoche remote o terre lontane) arrivato alla porta accanto, forse tutto viene ridimensionato.
In ogni caso, ripensando a quei momenti sono ancora sconvolta, a dir poco, non solo di quanto è accaduto, ma anche di come il successivo comportamento (omissione di un intervento ufficiale) delle autorità intervenute possa ritenersi un comportamento corretto, eppure, la cosa allucinante è che forse è proprio così.
Preciso che, nel rispetto di tutti quelli che, nello stesso settore, sono sicura operino tutti i giorni per rendere la nostra vita più sicura e ci proteggono, per rispetto di quegli angeli invisibili, che per un misero guadagno mettono a rischio anche la propria vita e la propria incolumità ogni giorno, non entro nel dettaglio di quale autorità fosse, perché questo non è un dettaglio rilevante. Mi spiego meglio, considero questo un caso isolato e ritengo che ogni singolo uomo sia responsabile per sé delle proprie azioni, senza generalizzare o etichettare una categoria, ma ciò non toglie che il comportamento di chi è intervenuto dopo i fatti che sto per raccontare mi ha fatto salire una tale rabbia e indignazione che non riesco a contenere e per questo voglio che tutti sappiano.
Il ragazzo, molto giovane protagonista della vicenda deve ringraziare a vita quegli agenti che non hanno fatto nulla, anzi, come hanno più volte ripetuto: “non erano lì, non sono intervenuti”. In realtà, lì c’erano eccome e io ho le prove (foto) e sono stati visti da molte persone quindi è davvero inutile la loro negazione dell’evidenza, tuttavia non si troverà mai un rapporto ufficiale della loro uscita, né un riscontro ufficiale dell’incidente a cui ho assistito.
Il fatto è avvenuto a Padova, Via Citolo da Perugia nel tratto nelle vicinanze del civico n. 100, per chi non la conosce preciso che si trova in un centro abitato (quartiere centro, sebbene non in una ZTL), erano circa le 14 poco più di un soleggiato sabato pomeriggio di dicembre.
I veicoli provenivano entrambi dall’intersezione con Via Beato Pellegrino ed erano diretti in direzione Piazza Mazzini. La direzione dei veicoli era la stessa mia e, rispetto a me, sopraggiungevano da tergo.
Il tratto di strada era quello che, dopo la curva, finisce poco prima del cancello di uscita dalla Casa di Riposo ivi presente.
Camminavo lungo il marciapiede e mi trovavo dalla parte della casa di riposo dove ci sono alcuni alberi a separare il camminamento pedonale dalla strada.
Avevo appena percorso il tratto che dall’intersezione con Via Beato Pellegrino si inoltra verso l’intersezione con la prima laterale i destra e non avevo ancora terminato il tratto di marciapiede (e di strada) che si trova in curva, poco prima di dove i mezzi coinvolti si sono fermati in posizione di quiete dopo l’evento.
A un certo punto, ho sentito chiaramente e fortissimo un “botto”, quasi uno scoppio e ho girato lo sguardo a sinistra. Ho visto il veicolo X (un’utilitaria come genere di veicolo) che si trovava nella corsia opposta a quella di competenza - letteralmente “volare” lungo la curva.
Cosa intendo per “volare”? Dopo il violentissimo urto il veicolo X era “sulla parete del condominio” che costeggia la strada (dalla parte opposta a quella in cui mi trovavo), l’ho visto ruotarsi di 360° (ho visto il sottoscocca - il “fondo” dell’auto - in aria), poi, si è anche completamente girato nel senso che ha assunto una posizione opposta a quella di provenienza “piombando” dall’alto in un punto della strada che si trova poco più avanti della fine della curva, a pochi metri da dove mi trovavo) vicino ad un cancello (ingresso della casa di riposo ivi presente). Preciso che veicoli non sono stati spostati dalla posizione di quiete assunta immediatamente dopo il sinistro e che ho provveduto a scattare foto nella posizione in cui si trovavano subito dopo il verificarsi dei fatti, questo nella prospettiva che arrivassero le autorità ed eseguissero i rilievi. Tale veicolo era preceduto, nella stessa direzione di marcia, dal veicolo Y (sempre di medie dimensioni) che arrestava la marcia dopo una manovra di emergenza posta in essere per evitare di essere colpita dal veicolo X nel momento in cui ricadeva sulla strada e subiva un danno sulla parte destra che colpiva il marciapiede.
Il conducente del veicolo X ha completamente perso il controllo del mezzo da lui condotto in fase di curva allorquando si trovava - per sua stessa ammissione - in fase di sorpasso del veicolo che lo precedeva. Il sorpasso, in quel tratto di strada, è assolutamente vietato, come da segnaletica orizzontale (linea continua), nonché vietato da regole di prudenza essendoci una curva che non permette di avvistare con sufficiente preavviso i veicoli sopraggiungenti in senso opposto con pericolo di urti frontali. Chiaro anche che teneva una velocità inammissibile un centro abitato (pur non essendo un tecnico, mi sento di dire che a 40/50 Km/h in curva non prendi il volo in quel modo).
Io sono rimasta quasi impietrita all’inizio, sconvolta, ma ho subito chiesto se qualcuno si fosse fatto male...apparentemente no. Per fortuna, certo questo è stata la cosa migliore. Però, da pedone ho avuto paura, non voglio neanche pensare cosa sarebbe successo, se, per un qualche caso, avessi preso il marciapiede opposto invece che quello di destra o se ci fosse stato qualcuno lì o qualcuno fosse uscito di casa in quel momento.
Ultimo dettaglio: quando è salito sul muro ha urtato il palo della luce affiancato alla facciata del palazzo lungo la strada e quando lo ha urtato è “scoppiato”, ovvero la lampada in cima si è rotta a metà e il vetro è andato in mille pezzi sulla strada (su tutta la carreggiata) unitamente ai vetri del lunotto posteriore (disintegratosi) del veicolo X.
E a questo punto arriviamo all’atteggiamento delle autorità intervenute. Ecco l’ingiustizia quotidiana.
I conducenti chiamavano le autorità. Si presentava, poco dopo, l’autorità Z, nella persona di due agenti, un uomo e una donna.
Sono arrivati poco dopo il sinistro e si sono fermati per circa due ore.
Tuttavia, nonostante l’insistenza, non solo dei conducenti, ma anche mia, del passeggero del veicolo Y, e, addirittura, delle persone sopraggiunte dalle vicine abitazioni richiamate dal forte boato, gli agenti hanno più volte ripetuto che non avrebbero proceduto ad effettuare i rilievi, in quanto il sinistro aveva provocato solo danni materiali (o così è stato perlomeno in apparenza ed alla prima superficiale valutazione). Gli agenti si sono limitati ad “aiutare” i conducenti a redigere il modello di constatazione amichevole. Non solo, i due agenti (entrambi) ribadivano che loro, come autorità, “non erano intervenuti” che “non erano venuti”, sebbene siano stati visti da diversi testimoni.
Ora, probabilmente il loro protocollo prevede che, in caso di soli danni materiali, non debbano neanche uscire o, se intervengono, non debbano fare i rilievi (spreco di tempo/denaro/risorse?), probabilmente il medesimo protocollo prevede che non possano fare multe perché non hanno “elementi oggettivi” (e questo perché se non fanno i rilievi non possono certo averne). Però, a pensarci un po’, la situazione che si palesava davanti era chiaro indizio di almeno tre infrazioni da parte del ragazzo, o no?!. Si sono limitati ad aiutare a compilare il modulo di constatazione amichevole precisando che non serviva indicare nemmeno i miei dati perché io, a detta delle autorità, “non ero un testimone”.
E questo vorrei sapere su che basi lo hanno stabilito. Spiegatemelo. Posso dire di non aver visto l’inizio del sorpasso, ma quanto ad aver assistito alle diverse infrazioni del codice della strada e alle plurime violazioni della dovuta prudenza da parte del conducente del veicolo X non ci sono dubbi. Io sono un testimone, terzo e imparziale. Se non lo ero io un testimone ditemi chi potrebbe esserlo e come si possano provare le dinamiche dei sinistri.
Vorrei far sapere agli agenti che intervengono nei luoghi dei sinistri che, nel momento della richiesta di risarcimento dei danni, ancorché meramente materiali, l’assenza di un verbale delle autorità, fa solo il gioco (passatemi il termine) delle compagnie di assicurazione che hanno una scusa per evitare di pagare il dovuto. Del modulo di constatazione amichevole se ne fanno un baffo, perché (studiatevi la giurisprudenza) non vale nei loro confronti, questo è quello che vi rinfacceranno. Non entro nel merito, ma in soldoni posso affermarlo avendo tutti i giorni a che fare con questioni del genere.
Vorrei far sapere anche che, come ho avuto modo di constatare spesso, non solo i rilievi “oggettivi” delle autorità possono portare a conclusioni ben distanti dalla realtà dei fatti, ma anche perizie tecniche che partono da pochi elementi di base o fondate su calcoli, talora errati. Quindi, in alcuni casi, un testimone oculare vale molto più dei riscontri oggettivi, tanto idolatrati. Certo il teste deve essere genuino, affidabile, ma questo è un altro discorso.
Se ci fossero stati dei feriti (e comunque non escluderei qualche ripercussione fisica manifestantesi dopo qualche giorno al ragazzo che si è “cappottato” in gergo atecnico), le cose sarebbero andate assai diversamente. La linea è davvero sottile e il caso è stato favorevole, visto che pare nessuno sia sia fatto male. Non capisco però, come mai altri agenti eseguono test per verificare l’eventuale ebbrezza o l’uso di sostanze stupefacenti ad ogni minimo sospetto, mentre, in questo caso, non li ha sfiorati nemmeno il dubbio. Non capisco perché, per ogni minima infrazione, si possano fare multe a pedoni o ciclisti (in caso di urti con autoveicoli) anche in assenza di testimoni o per le dichiarazioni dei soli soggetti coinvolti - teniamo conto che gli agenti non sono mai presenti ai fatti in prima persona – sempre in caso di feriti anche lievissimi, ma mai e poi mai per un caso del genere, solo e soltanto perché i danni sono stati solo materiali.
Questo è il criterio che hanno seguito? Si sono veramente comportati in modo corretto? Qualcuno risponderà. A mio parere no. Tralascio le considerazioni sul fatto che sia stato danneggiato un bene pubblico (palo della luce) e che la strada sia stata ripulita velocemente con la scopa da uno dei due agenti da tutti i vetri sulla carreggiata. Visto che non sono intervenuti e che non ci sono stati testimoni, quindi in pratica per le autorità nulla è accaduto e nessuno ha visto, il palo della luce si deve essere danneggiato per opera dello spirito santo o di qualche ignoto, per cui avrà pagato il Comune (quindi noi) e non la persona che, in realtà, ha provocato il danno.
Spero solo che il ragazzo abbia fatto tesoro di quanto accaduto e si sia spaventato per bene (tanto pare non si sia fatto niente) e che “abbia imparato la lezione” da solo. Spero anche di non incontrarlo mai mentre è alla guida, se, invece non ha ancora capito che è colpa sua quello che è successo, perché quando è sceso credeva di aver ragione lui.
Sinceramente sono tante le perplessità sul comportamento degli agenti intervenuti quel sabato pomeriggio. Potevo fare una sorta di denuncia e esporre ai loro superiori quanto accaduto, ipotizzando che il loro comportamento non sia stato del tutto corretto, ma “sono buona” e non l’ho fatto. E poi, consideriamo che si prospetta anche l’ipotesi (sebbene strida con il senso comune del cittadino) che il loro sarebbe anche stato giudicato un comportamento adeguato alla situazione perché tanto non c’erano feriti (e nemmeno testimoni né elementi oggettivi (!)).
Chiudo con una nota positiva.
Ho anche un bel ricordo delle autorità, ma credo si tratti, come ho detto di singole persone. A quella persona e al suo collega devo un grazie sincero, perché in un momento per me molto difficile, sono stati molto comprensivi e disponibili. Io credo al di là di quanto fossero tenuti per la divisa che indossavano. E in questo si vede quando una persona esprime la propria umanità, che significa mettere, anche nel proprio lavoro e nelle relazioni con le persone, quel quid pluris che ci caratterizza come uomini e ci permette di esprimere empatia, gentilezza e bontà.

Giulia