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DISCORSI SEMISERI DI TRE ANIME ERRANTI

Il tema del mese: Oggetti che ci posseggono

Pensando al tema “oggetti” farei, a istinto, la solita predica. Che gli oggetti non ci fanno felici, che ci riempiono le case ma non i vuoti che abbiamo dentro; che accumuliamo cose inutili al posto delle cose necessarie, perché crediamo sia giusto così - o forse non lo crediamo affatto ma sappiamo fare solo questo.
E farei, come sempre, una predica in cui credo. Ma mi guardo intorno, mentre sto alla scrivania e scrivo al pc, e sono circondata. Di cose inutili. Quaderni, diari, oggetti di cancelleria – inutili nella misura in cui invece di possederne uno, o due, o cinque, ne possiedo cinquantotto. E i libri? Oggetto meraviglioso in assoluto. Ma perché ne ho comprati quindici, nell’ultimo mese, quando ne avevo già altrettanti ancora da leggere?
Ho perfino almeno venti paia di scarpe; magari mi sono state regalate, usato in buono stato, ma, ecco, come direbbe mio nonno: cosa me ne faccio di tutte queste scarpe, se ho soltanto due piedi?
Perché siamo così pieni di cose? Davvero è così banale come sembra, davvero riempiamo i buchi con le uniche cose che riusciamo a trovare? Ed è una cosa tanto orribile, questa, o abbiamo anche il diritto di essere superficiali e di godere del possesso di cose superflue, e dovremmo smettere di essere così preoccupati quando questo accade?
Avevo letto, nel libricino sul magico potere del riordino, un’idea che con il possesso e l’accumulo di oggetti mi aveva molto rappacificata. Prendi un oggetto tra le mani, e senti se ti fa felice. Se non senti niente, anche se è un regalo lo puoi buttare o, meglio, regalare a tua volta; non c’è niente di sbagliato, perché la sua funzione quest’oggetto l’ha già svolta: ti ha già reso felice. Allora io prendo tra le mani i miei raccoglitori di appunti dei tempi degli studi, pantaloni in cui non entrerò mai più, bomboniere orribili di eventi importanti – e niente, sta ancora tutto qui, non me ne posso separare. Ho imparato a buttare qualcosina, vestiti vecchi, troppo rovinati per essere ancora portati; regalo i libri che non mi sono piaciuti; ma è sempre troppo poco, e ho sempre una casa troppo piena. E poi continuo a comprare, compro sempre un sacco di sciocchezze che non mi servono, per esempio ho una compulsione per l’acquisto di magliette economiche (come può essere inutile, una maglietta? Come può essere utile, la centesima?), di profumi che non uso mai, di post it. Ecco, parliamo di post it: quale sarà il record mondiale per numero di post it sprecati nella vita di un uomo?
Di certo io ho molto più di quello che mi serve e so benissimo che le cose più belle non le compri in negozio, e non le trovi nemmeno su Amazon; però fin che aspetto la felicità c’è una raccolta di racconti che vorrei tanto leggere, me ne hanno parlato bene.

Elena
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Gli oggetti che ospitiamo

Ognuno di noi, in questa zona e in questo periodo storico, possiede una quantità di oggetti enorme, probabilmente innumerabile, se tra essi annoveriamo quelli prestati, dimenticati o deliberatamente abbandonati a casa di parenti stretti o amici.
Siamo a malapena consapevoli di quelli che ci circondano tutti i giorni, nella nostra stanza, o casa.
Un trasloco viene definito “evento traumatico”, e la cosa non mi stupisce, dato che è l’unico momento in cui tocchiamo davvero con mano l’abnorme, in certa misura inutile, quantità di oggetti che abitano con noi, perché noi abbiamo deciso di ospitarli, nel corso degli anni, regalando loro spazio, pensieri, soldi, e soprattutto tempo.
Mi pare paradossale che si possano sprecare intere giornate a “fare ordine”. Sono certo che i nostri avi occupavano un decimo del nostro tempo in questa attività. Ricordo che mio nonno, quando giungevano i tempi della vendemmia, ci chiedeva aiuto per sistemare tutti gli oggetti che servivano per la raccolta dell’uva e la successiva vinificazione: ma si trattava di oggetti necessari.
Al giorno d’oggi, credo che siamo, in genere, molto allettati dal nuovo. Siamo letteralmente bombardati da messaggi pubblicitari, in ogni forma. Non riesco a sopportare gli spot in TV o alla radio, mi sembrano di una invadenza inaudibile, di una falsità troppo palese per essere credibile. Eppure, ne siamo succubi. Certo, possiamo evitare di guardare la TV, o cambiare stazione radio, ma quando entriamo in un supermercato siamo comunque allettati da certi prodotti, che si presentano così invitanti, sebbene non ne abbiamo sempre bisogno. E se non è il supermercato, magari è il negozio di elettronica, o quello di biciclette: oggetti sempre più nuovi, più belli, meglio confezionati, con materiali più innovativi, prestazioni superiori, ecc. ecc.
Il filosofo Pascal definiva divertissement ogni attività in grado di distoglierci,distrarci dal nostro dolore esistenziale. In effetti, divertimento etimologicamente significa questo: distoglimento.
Gli oggetti funzionano egregiamente in tal senso, perché permettono di strutturare una grande quantità del nostro tempo e dei nostri pensieri: sono facili da acquistare pressoché ovunque, e ci costringono a pianificare il nostro viaggio fino al negozio o al centro commerciale, a riflettere su che cosa ci convenga comprare, valutando il costo, la reale necessità, l’effettivo desiderio. E poi, non appena siamo entrati in possesso della nuova cosa, impieghiamo un certo tempo per toglierla dalla sua confezione, conferire correttamente plastica e cartone (sempre che possediamo il senso ambientale necessario a farlo), sistemarla da qualche parte in casa, e poi godere di questa nuova presenza.
Dopo un’ora, o un giorno, o un mese, ci siamo dimenticati di lei.
E così, possiamo riprendere ad acquistare qualcos’altro.
Uno studio ha rivelato che i soldi spesi in viaggi (o altri tipi di esperienze, ad esempio un corso di teatro, o di scrittura, NdR) sono molto più efficaci nel portare gioia nella nostra vita, rispetto a quelli spesi in oggetti. Credo che il tempo impiegato in tali attività non sia un semplice divertissement, cioè qualcosa che ci aiuta a non pensare (perché pensare troppo fa male), ma al contrario un’occasione per fermarci un attimo, ascoltarci, andare più in profondità.
Magari, potremmo scoprire che non è poi così terribile passare un po’ di tempo da soli, con noi stessi. Con un po’ di esercizio potremmo iniziare, forse, ad accettarci, o persino a fare amicizia con noi stessi. Questo mi pare un traguardo allettante: infatti, qualcuno consigliava: “cerca di volerti bene: sei la persona con cui passerai il resto della tua vita”.

Emanuele
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Oggetti e legami

Oggi riflettiamo sul nostro rapporto con gli oggetti.
Lo devo ammettere senza mezzi termini: sono un’accumulatrice seriale. Non sto scherzando. Credo di non raggiungere il livello patologico, ma poco ci manca.
Fa parte di me affezionarmi alle cose, rimanere legata a loro emotivamente.
Questo per tutta una serie di oggetti/cose tra cui disegni, appunti, regali, soprattutto cose che rimandano a persone o momenti della vita, a incontri o situazioni.
Non ci trovo nulla di male, anzi.
Ho scoperto il valore delle cose che lascia chi non c’è più. Poter utilizzare ancora una volta quelle cose permette di mantenere vivo il loro ricordo, è un modo di ringraziarli per quello che hanno fatto per te, per la loro esistenza che sopravvive anche alla morte.
Potete dire che è sbagliato? è negativo?
Certo che, poiché nella vita, continuiamo a ricevere o comprare oggetti, ad avere cose, a un certo punto può diventare un problema. Ho imparato a separarmi dalle cose più vecchie, proprio se non più utilizzabili, facendo loro prima una foto e poi lasciarle.
Devo dire che ho ereditato dalla mia istruzione ed educazione il rispetto e la cura per ciò che si possiede e la cultura del riutilizzo e del riciclo. “Tutto è utile” e aggiungerei “anche più di una volta”. Non vi tedio con la descrizione di tutte le volte che ho constatato che è vero e io ci credo profondamente e ne ho le prove!
Mi hanno insegnato: accontentati di ciò che hai e non sprecare nulla, perché comprare una cosa nuova se ne hai già una che puoi utilizzare per la stessa funzione non è - per dirla con un facile gioco di parole - “cosa buona”. Negli anni, però, questo pensiero si è evoluto e non lo prendo più alla lettera, anche se rimane un retaggio da cui non riesco a separarmi.
Quello che mi ha insegnato la vita è che bisogna, o meglio, diciamo “fa bene”,circondarsi di cose belle. Sì, sto dicendo, “belle”; cose da cui amo essere circondata; cose che, guardandole, trasmettono pensieri positivi...cose “carine”, anche se inutili, non importa. Ebbene sì, ci sono anche le cose inutili, ma belle: solo e soltanto belle.
Penso sia importante, ogni tanto concedersi una piccola o grande soddisfazione nel comprarsi proprio quello che sognavamo, desideravamo, ma non ci siamo mai potuti permette (anche solo per un limite autoimposto).
Mi rendo conto scrivendo oggi che questo è un argomento su chi potrei dire molto, ma mi limito ad un ultima considerazione sul valore delle cose. Come si suol dire: “se costa poco, vale poco”. La maggior parte delle volte è così. Per cui, non ci si può tirare sempre indietro, alle volte, bisogna fare uno sforzo e comprare ciò che vale e non ciò che è a buon mercato. Non sempre quando compri quello che costa meno hai fatto un affare. Certo, bisogna essere “accorti” e valutare bene, non basta che lo dica qualcuno o un’etichetta.
In conclusione posso affermare di non sentirmi posseduta dalle cose, ma allo stesso tempo che sto bene con loro, ho un legame con esse ed è un legame positivo.

Giulia