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DISCORSI SEMISERI DI TRE ANIME ERRANTI

Il tema del mese: Viaggi

Viaggiare mi piace

Viaggiare mi piace. Mi piacciono le cose nuove; luoghi, persone, abitudini. Colori, odori. Mi piacciono perfino gli autogrill, coi caffè che sanno di cemento, i panini orrendi a cinque euro e i bagni puzzolenti pieni di scritte oscene; quanti dialetti, quante lingue hanno sentito parlare.
Per tutta l’età adulta – da quando cioè mi sono dovuta pagare le vacanze, e io di soldi non ne ho mai avuti tanti – ho frequentato campeggi e dormito spesso in macchina, arrivando a Gibilterra, Copenaghen, Istanbul, Agrigento – paesi accessibili con la macchina e due settimane di vacanza.
Nel 2016 mio fratello piccolo ha sposato una ragazza armena, e siamo stati tutti al matrimonio a Yerevan. Ecco, questo è stato un viaggio che non ho fatto in macchina; e che non ho pagato io.
Ho scritto un piccolo resoconto, di questa esperienza; in una ventina, tra parenti e amici, siamo partiti dall’Italia: volo Milano – Yerevan, con scalo a Vienna. Il racconto non rende giustizia a quello che ho visto e sentito, e all’idea dell’incontro con una cultura davvero differente; ma è un omaggio alla mia famiglia, alla quale, dopo ogni viaggio, torno sempre.
Per raggiungere l’aeroporto papà aveva prenotato due navette; una la riempivano i miei con gli amici, in un’altra siamo saliti io, mio moroso e mio fratello medio: solo che per risparmiare non era per noi soli e così per arrivare a Milano eravamo passati per Trento, impiegandoci cinque ore più delle due necessarie - facendoci arrivare giusto in tempo per vedere che il nostro volo era stato cancellato. Le mie nipoti erano andate a intervalli regolari a chiedere informazioni (primi sui ritardi, poi sull’annullamento del volo, infine su un autobus che avrebbe dovuto portarci all’albergo), oramai era mezzanotte – partiti da Padova prima di mezzogiorno! – eravamo stanchi, nessuno capiva niente. Le ragazze tornavano, ogni volta, con l’occhio desolato di chi non ha avuto risposte, pur avendocela messa tutta. Uno zio le aveva tacciate di incompetenza, per la giovane età ma soprattutto, ovviamente, in quanto donne, e aveva deciso di andare lui in persona a fare chiarezza sul nostro volo. Vederlo tornare con lo stesso occhio desolato mi aveva fatto trovare un senso all’intera giornata.
Austrian airlines aveva poi pagato per tutti un albergo strafigo dove avevo fatto la miglior colazione della mia vita, ma l’attesa dell’aereo mai arrivato era stata frustrante e snervante, un giorno in Armenia era perso e il morale era piuttosto giù.
La sera successiva eravamo infine partiti, con arrivo previsto per quattro del mattino. Un sonno boia, per tutto il volo. Una passeggera del nostro gruppo aveva una folle paura dell’aereo, pur essendo già stata praticamente dovunque. Era stata seduta tutto il tempo con gli occhi chiusi farfugliando preghiere. Il mio moroso – noto ansioso in ogni campo – la guardava terrorizzato a morte. Le ansie non si facevano compagnia, e non avevano alcuna empatia, anzi sembravano dileggiarsi a vicenda. Io ogni tanto controllavo la situazione con la coda dell’occhio, ma avevo troppo sonno per preoccuparmene davvero. Non mi ero persa la scena di lui che girava per l’aereo guardandosi intorno (immaginatevi un omone con lunghi capelli e folta barba nera) e la hostess che lo seguiva intimandolo di sedersi. Lui era arrivato a chiederle se poteva vedere la cabina del capitano, naturalmente lei gli aveva risposto di no e l’aveva costretto a sedersi; e da allora non l’aveva più perso di vista.

Del viaggio ho tanti ricordi. Avevamo una guida straordinaria, preparata e appassionata; Karen leggeva poesie armene mentre l’autobus macinava chilometri in mezzo al nulla, e sgridava senza alcun ritegno chiunque chiacchierasse mentre lui spiegava la storia dell’Armenia. Aveva studiato economia a Milano, Karen, e il suo italiano era perfetto; guadagnava poco come guida ma era l’unico lavoro che potesse fare a casa sua. Era alto e grosso e con un vocione importante; e lo sguardo severo di chi scherza poco, e soprattutto decide lui quando scherzare. Sua moglie era una cantante lirica di discreto successo, lui ne parlava con orgoglio. Risparmiavano per far studiare i figli, per mandarli al conservatorio; ci raccontava che in un paese dove chi guadagna tanto guadagna forse trecento euro al mese, tutti studiano musica.
Ho rimosso i nomi di chiese e monasteri, e quasi tutto ciò che lui ci ha raccontato; ma mi son rimasti il silenzio e il colore delle montagne, il gusto amaro del dragoncello, sentire cantare dovunque, il traffico di Yerevan. Mi è rimasto anche questo: la mia mamma con una colombina in mano, saliamo quelli che mi sembrano mille gradini, sole, cielo azzurro, la chiesa di un santo importante, imprigionato e poi liberato per aver guarito un imperatore malato, l’Armenia primo paese cristiano, la mia mamma che libera la colombina da un luogo suggestivo, foto, mio fratello che si lamenta di non aver ancora scattato, applausi, la mia mamma che si gira un po’ schifata e mi chiede un fazzoletto (cacca di colombina sulla mano).
Naturalmente il pezzo forte del viaggio doveva essere il matrimonio.
L’appuntamento era in piazza dove ci aspettava una lunga fila di taxi: prima tappa la casa della sposa, poi in chiesa.
Se non hai mai preso un taxi a Yerevan, per andare a un matrimonio, non sai quanto ti costi non cagarti addosso, per timore di sporcare il vestito. Lì non guidano, volano; non esistono precedenze ma solo guidatori più audaci, e chi ha più coraggio, prima va; esiste il clacson, e lo usano tantissimo; le corsie dipende: un po’ sì e un po’ no – e qui devi avere tanta fortuna. Con me e mio moroso era salita mia cognata, che per tutto il tempo ha pregato per i suoi figli e si diceva dispiaciuta di morire su una macchina diversa.
Nel taxi davanti a noi qualcuno stava fuori dal finestrino con mezzo busto e una telecamera, a immortalare il viaggio; non so chi fosse, non l’ho poi riconosciuto tra gli invitati e non ho mai visto il video girato; sospettiamo che il tipo abbia fatto una brutta fine prima di arrivare in chiesa.
La casa della sposa era stata salutata con gioia sincera, e un senso misto di gratitudine e nausea. Era un quartiere brutto, con palazzoni brutti (cercavo un altro aggettivo, ma erano brutti forte, niente da fare); regalati dai russi, ci hanno spiegato. La Russia ha costruito tantissimo in Armenia, e dava una casa a chi non l’aveva – parlo degli anni settanta, ottanta del secolo scorso; ma ne parlo a bassa voce, perché me l’hanno raccontato in inglese e io non è che proprio vada forte, con l’inglese. So che la sposa, nata a metà degli anni ottanta, è cresciuta senza energia elettrica, faceva i compiti a lume di candela; e qualunque cosa i Russi abbiano fatto in Armenia, tu devi sempre parlarne bene; anzi, per sicurezza, non dire mai niente su questo argomento.
Il condominio aveva sette piani e un ascensore minuscolo; i primi che erano saliti per l’aperitivo già scendevano quando io, che ero tra gli ultimi, dovevo ancora salire (nessuno faceva le scale: le donne perché portavano i tacchi alti, gli uomini perché faceva già caldissimo ed erano tutti incravattati). Mentre aspettavo, me ne stavo tranquilla a chiacchierare con un qualche sconosciuto parente della sposa, perché va bene l’inglese penoso, ma non è che si può stare sempre zitti; mia mamma parlava in italiano e si presentava come la mamma dello sposo, e faceva finta di non conoscermi, perché come il mio solito non ero vestita tanto bene.
Gli invitati, comunque, erano tutti belli ed elegantissimi. Io stavo in disparte e li guardavo bere vodka alle dieci del mattino; il tavolo del buffet era inavvicinabile, troppa gente in troppo poco spazio; e tutti grossi, questi parenti armeni (gli uomini; le donne, uffa, magre fastidio).
La cerimonia deve essere stata bellissima. Purtroppo mi scappava tanto la pipì, e me la sono persa (non ridete; per lo stesso motivo, della mia laurea non ho nemmeno una foto con mio fratello grande. Se ci pensate bene, non fa per niente ridere).
Una bella chiesa, fuori dalla città, in mezzo al verde.
Il tempo per me di cercare un bagno, far pipì, usare l’unico fazzoletto che avevo per pulirmi, lavarmi le mani senza toccare i rubinetti sporchi e a questo scopo trovare un albero dalle larghe foglie da usare come salviette, legare con un nodo al collo le spalline della sottoveste che si erano scucite, lisciare bene il vestito che mi faceva le borse, cercare la chiesa perché mi ero persa, trovare gli sposi già sposi: uscivano dalla chiesa tra applausi e colombine da liberare (una tradizione diffusa, a quanto pare).
Lì quando ti sposi ti incoronano; sono cristiani, in Armenia, di confessione armena. Il rito non è stato semplice da seguire, immagino; anzi, sospetto che la cerimonia sia stata noiosissima, perché, come ho sentito dire dallo zio, “non si capiva un’ostrega”.
Io mi sono comunque ripresa in fretta: ho baciato guance, stretto mani, dispensato sorrisi e piccoli inchini; e non ho rifiutato il cioccolatino che mi offrivano - fila di parenti, alla fine uno con una scatola di cioccolatini in mano - non ho potuto, per non offendere le sensibilità straniere.
Del pranzo, com’era prevedibile, non ho perso niente. Due bottiglie di vodka e una di cognac per ogni tavolo, una sola di vino; bottigliette di coca, fanta, e una bibita verde fluorescente al dragoncello (buonissima). Piatti di salumi, pesce e formaggi come antipasti, pasticci di carne con noci e melanzane, insalate di verdure e maionese, pomodori e cetrioli, lavash, olive, polpette morbide, verdure al forno. Prima che gli sposi arrivassero, avevamo già fatto fuori tutto. Ma era solo l’inizio.
Un signore con microfono sbraitava e un po’ mi disturbava la cena, ma ero ospite e non volevo lamentarmi. Quando nei suoi discorsi ho cominciato a sentire i nomi degli sposi, ho capito che stavano per arrivare.
E prima di loro: la musica di Shostakovich, fumo dal pavimento, bolle di sapone dal soffitto. Un’entrata trionfale, mano nella mano, un ballo da film.
Mio fratello vecchio, guardando lo sposo: “Sono orgoglioso di lui”. Mio fratello medio: “Non sei orgoglioso, sei solo ubriaco”.
Io son dovuta correre in bagno per nascondere la commozione, lasciando l’arrosto sul piatto. Altre ragazze si aggiustavano il trucco mentre mi soffiavo il naso con la carta igienica; la sottoveste stava quattro centimetri buoni più sotto del vestito.
Fuori dal bagno mi ha intercettata un esausto papà, che mi ha rivolto una preghiera alquanto singolare: “Per favore, non sposarti mai”. Ho dovuto prometterlo in fretta, il cibo in tavola si stava raffreddando.

Elena
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Viaggiare, perché

Semplificando, ci sono due categorie principali di viaggi : i moti da luogo e i moti a luogo.
Nel primo caso, ad un certo momento della mia vita, stanco e stressato da: lavoro, famiglia, partner, assenza di partner, noia, clima grigio freddo umido piovoso, ecc., sento un grande bisogno di andar via da tutto ciò. E allora parto, viaggio per dimenticare. C'è chi beve, chi gioca alle slot machine, e chi viaggia. In effetti, sembra una specie di dipendenza.
A volte non è neanche così importante dove andare, l’importante è partire. E poi, qualche cosa accadrà, sicuramente.
Nel secondo caso, invece, sono attratto irresistibilmente da una meta ben precisa: è come un sogno, me lo sento dentro, c'è un luogo che mi sta chiamando da tanto tempo, come se mi avesse ammaliato… finché, un giorno, ascolto il suo richiamo, e ci vado. E poi, chissà che cosa accadrà: magari l’incantesimo si dissolverà nel confronto con la realtà, o forse no...
Al di là di questa distinzione (oziosa?), credo che, una volta partito, possa davvero accadere di tutto. Se resto aperto, serenamente curioso, credo che dentro di me – dentro ciascuno di noi - ci sia un profondo intuito, pronto a guidarmi e a farmi vivere proprio ciò che avevo bisogno di sperimentare.
Lo sapevo, in fondo. Non mi serviva vedere una nuova spiaggia o visitare una nuova città. Mi serviva, invece, incontrare un nuovo me stesso: più vero, più intenso: autentico. Come una volta. Nuovo, ma non davvero inedito.
In effetti, come posso io sapere che cosa mi accadrà durante il viaggio? Non soltanto quali incontri con luoghi o persone affascinanti mi capiteranno, ma soprattutto come io reagirò a tali esperienze?
Nel film American Beauty il protagonista, interpretato da un grande Kevin Spacey, in pochi giorni rivoluziona la sua vita, e ad un certo punto dice qualcosa tipo: “è fantastico quando scopri che sei ancora capace di stupire te stesso. Ti domandi quante altre cose potresti fare, che non hai mai avuto il coraggio di fare”.
Per me, viaggiare è proprio così: stupire se stessi, per aver scoperto o riscoperto qualcosa di sé, e tornare nuovi. Certo, è vero quel che si dice, che si torna da un viaggio con occhi diversi.
E qui, però, casca l'asino. Una ipotetica tigre che esca dalla gabbia, si faccia un giretto nella natura selvaggia, e poi vi rientri, potrebbe rispondere, se intervistata:
“Ho visto cose meravigliose, ho assaporato la libertà, sentendomi davvero viva! Ma ora mi sentirò morire, chiusa dentro quella gabbia”.
Oppure, come mi diceva mio nonno quando tornavo da un viaggio: “Insomma, ti sei divertito. Bene, bene (pausa). Avrai capito, no, che alla fin fine il posto dove si sta meglio è a casa propria?”
Mi domando chi abbia ragione: il nonno o la tigre?
Certo, rappresentano due estremi, entrambi allettanti, sebbene in diversa misura, per ognuno di noi: l’anelito alla libertà e all’avventura da un lato, e il desiderio di stabilirci in un luogo che sentiamo come casa, dall'altro.
A che punto dei due estremi scegliamo di vivere, spetta a noi deciderlo.
Viaggiando, poi, potremmo sorprenderci a sentirci “a casa” nei posti più impensabili.
In fondo, i nonni hanno sempre ragione: viaggiamo per tornare a casa.

Emanuele
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Viaggi e valige

Viaggi…un argomento di cui si potrebbe parlare per giorni oppure no. Mi limiterò ad alcune brevi riflessioni.
Del viaggio odio: fare le valige, i trasferimenti (spostarsi da un luogo all’altro mi mette angoscia soprattutto in auto per non parlare dell’aereo di cui ho il terrore).
Dei viaggi mi piace: visitare siti archeologici o musei, il mare, fare foto.
Mi piace conoscere le grandi città vedere tutti i monumenti più importanti e lasciarsi prendere dal quel senso di sentirsi a casa, di qualcosa di familiare.
La mia città preferita è Venezia: vive in un mondo tutto suo. La odi o la ami, io la amo, l’adoro. Sicuramente è un’opera d’arte a cielo aperto, basta voltarsi verso il panorama da qualche ponte sul canal grande o su qualche canale interno che ti trovi davanti uno spettacol. Se ci capiti al tramonto, sul far della sera o con un cielo azzurro e le nuvole bianche dopo un temporale..allora è magia. In inverno non manca di essere nascosta da un velo grigio che la nasconde, quasi un mistero. I suoi cittadini, anche nei momenti più duri, la difenderanno sempre e lotteranno per lei, per salvarla (dai cattivi a cui non interessa davvero, ma la vedono solo come una macchina per fare soldi).
Del viaggio mi piace l’inizio, i primi giorni, quell’abbandono temporaneo delle proprie abitudini e dei doveri quotidiani. Poi, immancabilmente
sopraggiunge la nostalgia di casa. La voglia di tornare, di ‘sapermi tornata’, di poter liberamente starmene a casa dove ho il mio tutto.
Perché quando sei fuori è diverso.
Visto che il mio sito è intitolato alle ingiustizie mi permetto liberamente di evidenziarne una e, allo stesso tempo, fare una proposta alle amministrazioni delle città.
Mi è capitato recentemente di visitare due grandi città italiane da turista per visitare i musei o i monumenti più rappresentativi.
Era agosto, visto che le ferie le ho, come gran parte della persone nel nostro paese, in quel periodo. Ebbene, pur con tanto rispetto ed educazione, ho trovato davvero ingiusto che l’unica alternativa a mangiare in piedi per strada fosse sedersi a bere un caffè da € 4,50 a € 15,00 a scelta e costi del resto del cibo di conseguenza.
Se sono in viaggio non mi siedo al ristorante, vado di fretta, ho altri interessi e non ho voglia di appesantirmi.
Quindi posso anche avere un panino nello zaino…ma dove lo mangio? Quando hai fatto la coda, perché di questi tempi non si prescinde dalla coda, dalle masse di turisti, e sei accaldato con 38/40 gradi sotto il sole, che fai? Siccome non hai scampo, gli esercenti ne approfittano e ti ‘spennano’. Non ci sono mezzi termini è proprio così. Ma io questo non lo accetto, non accetto di barattare la cultura con la dignità e soprattutto non me lo posso permettere. Credo che la soluzione sia quella di creare della aree delimitate con panchine, ombra e possibilità di riposarsi civilmente. Magari suggerendo di non soffermarsi per ore, ma per un tempo limitato così da consentire a tutti di poter usufruire di tale spazio.Basterebbe pensare a questo che secondo me è un problema.Non si può pensare ad accogliere numeri consistenti di turisti e non offrire questo tipo di servizi, credo si chiami civiltà, altrimenti è inutile lamentarsi della maleducazione o della sporcizia.
Mi sarebbe piaciuto affrontare anche il tema del viaggio interiore…che è pur sempre un viaggio e della differenza tra turista e viaggiatore, ma sarà per un’altra volta.

Giulia