DISCORSI SEMISERI DI TRE ANIME ERRANTI
Il tema del mese:
Mondiali e dintorni -
un calcio ai pregiudizi esplorando quell’universo semi-sconosciuto ai più che è il calcio femminile
Agli amici che ci leggono - e che, non per vantarci, saranno venticinque come quelli di Manzoni - un abbraccio di bentrovati. Non abbiamo mai smesso di pensare voi e alla nostra rubrica, ma a volte arrivano messaggi che non si possono non ascoltare, e stavolta dicevano: fermati un attimo. L’estate è passata in fretta, tra ferie e ostacoli da superare; ora siamo qui, un po’più freschi, e pronti per ripartire, con il buon proposito di farvi compagnia con puntualità mensile. Ci metteremo il cuore, come sempre.
Le mie ragazze del pallone
Scrivo queste righe mentre Olanda e Stati Uniti stanno giocando la finale. La tv è a volume basso, se succede qualcosa mi alzo e controllo; in questo momento, per esempio, una ragazza bianca coi capelli viola ha appena segnato un rigore – le bianche sono le americane, le olandesi arancioni.
Parlare di calcio femminile mi riesce difficile. Perché non si può – o forse io non ne sono capace – prescindere dalle differenze (nel calcio e, ovviamente, non solo) tra il mondo maschile e quello femminile, e osservare queste differenze a me fa sempre tanta rabbia.
Vorrei evitare di dire banalità o di risultare anacronistica, ma sono cresciuta in mezzo ai maschi e le differenze, reali o caldeggiate, sono sempre state nette: di ruoli, attitudini, opportunità. E su questo credo di essere rimasta molto indietro, nel senso che vedo che il modo in cui sono cresciuta non va affatto di moda; e se per molti versi ne sono contenta, per altri mi rendo conto che le abitudini ti restano appiccicate a lungo, più strette di quanto vorresti. Per questo, tutto quello che avrei da dire sul calcio femminile, in realtà lo vorrei chiedere: giocano come professioniste, le donne? Quanto sono pagate? Da quanto esiste la nazionale italiana? Da quanto esistono i campionati del mondo femminili? Perché gli uomini sono pagati così tanto? Perché così tanto più delle donne?
Ma vorrei che il mio contributo fosse diverso. Vorrei parlare della mia amica Virna e della sua passione per il calcio, passione che ha in comune con un’altra, di più vecchia data, cara amica, la Giulia (sì, lei! E non vedo l’ora di leggere cos’ha da dire lei, sull’argomento!).
La Virna ha i riccioli biondi e gli occhi chiari da donna del nord, calzino corto anche d’inverno, gambe forti da camminatrice, sguardo furbo. Frequentava con me la facoltà di filosofia, mi passava gli appunti, divideva con me il pasto in mensa. E giocava a calcio.
All’epoca ero talmente interessata al calcio che non saprei ricordare che ruolo avesse – credo terzino, se sapessi cosa fa un terzino; comunque non avanti, un po’ indietro, dava sicurezza alla difesa e solidità all’attacco, o almeno così me la sono sempre immaginata. A volte saltava le lezioni per gli allenamenti, e allora ero io a passarle gli appunti; lei mi insegnava la ginnastica di riscaldamento e quando mi si è bloccata la schiena ha tirato fuori tutti i trucchi di fisioterapista e massaggiatore. Delle compagne di squadra mi parlava con entusiasmo sincero, ed erano amicizie che invidiavo, perché per quanto ci volessimo bene mancava sempre qualcosa: la condivisione di fatica, gioia, fango, adrenalina, delusione; sul campo, e in spogliatoio, sembrava tutto un po’ più vero che nelle aule dell’università – era solo diverso, penso adesso, ma allora mi sembrava così.
“Passione”, però, non è una parola vuota. In campo, con la squadra, i calzettoni al ginocchio, non è che stavano lì solo a dar calci a un pallone; mi immagino che potessero sentirsi vive, ecco. Ed è semplicemente questo che tutti cerchiamo. La Giulia lo direbbe meglio, lei che l’ha vissuto, andate a leggerla.
Nel frattempo la partita è finita e gli Stati Uniti hanno vinto due a zero. Vorrei dire che il calcio femminile, per quanto mi riguarda, è identico a quello maschile, perché mi annoia uguale. Ma se la Virna e la Giulia scendessero in campo di nuovo (magari un campo piccolo, che siamo tutti un po’ invecchiati e il fiato non è più quello dei vent’anni), io farei un tifo sfegatato.
Elena
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Calcio Femminile
I miei primi ricordi del gioco del calcio risalgono ai tempi in cui, con i miei numerosi fratelli minori, si tentava di organizzare qualche partita. Era sempre squilibrata, vincevo sempre io, ma questo non mi pareva un grosso problema.
Talvolta coinvolgevamo amici, ed era già più avvincente, o persino amiche (rare) e cugine.
La cosa davvero interessante era costituita proprio dalle mie due cuginette, nonché vicine di casa: non solo erano nostre amiche fedelissime, ma si prestavano anche di buon grado a giocare a calcio con noi maschi! Ed erano più brave delle altre femmine, non dico che fossero come i maschi, ma non erano male. Loro si ritenevano al nostro livello poiché giocavano a calcio in una squadra femminile, la Sette Colli o qualcosa del genere. Il nome veniva da Montegalda, vicino paesello dotato di ben 7 minuscoli colli. Non come i sette colli di Roma, certo, ma aveva il suo fascino. Un po' come il calcio femminile. Non era come quello maschile, certo, ma aveva il suo fascino.
Soprattutto quando sono andato nello spogliatoio femminile...almeno all'inizio.
L'idea mi era parsa eccitante, sulle prime. Mi immaginavo ragazze che giravano nude, insaponate o meno, e che scherzavano con me. Invece. Si erano tutte già rivestite, e stavano intrattenendosi in attività noiosissime tipo asciugatura capelli, trucchi, pettegolezzi.
Per giunta la cuginetta più giovane si era messa a farmi una serie di battute maliziose, mettendomi in imbarazzo; ero pure l'unico maschio, là dentro, e non vedevo l'ora di uscire.
Il mondo femminile era sempre stato per me misterioso, a tratti inquietante. Il calcio, anziché rappresentare un anello di congiunzione con il mio mondo, quello maschile (un limitato sottoinsieme dello stesso, all'epoca), non faceva che confermare la nostra biodiversità.
Sono certo che il calcio femminile sia molto diverso da quello maschile. Magari non tanto per muscoli o velocità o schemi di gioco. Immagino però rapporti diversi tra i membri della squadra e con l'allenatore. Rapporti intensi, di amore, odio, poche vie di mezzo. Intricati, talvolta inestricabili, ma pure forti e leali.
E certo, mi piacerebbe guardare le partite di calcio femminile, e che i compensi fossero molto più alti, abbassando parimenti gli enormi, abnormi, stipendi dei colleghi maschi. Non si può ridurre tutto a numeri, velocità, resistenza, scatto.
Però, per quanto riguarda i soldi, i numeri li terrei simili, il più possibile.
Concludo con un piccolo aneddoto, per così dire simmetrico. Una volta pensavo che la pallavolo fosse "da femmine", e mi vergognavo a giocarci, anzi, la evitavo, sentendomi completamente negato.
Molti anni dopo, praticandola con colleghi e colleghe, ho scoperto quanto fosse divertente, e come riuscissi anch'io a diventare abbastanza bravo, soprattutto nelle battute.
Anche se non ero una femmina.
Chi l'avrebbe mai detto?
Emanuele
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Pomeriggi magici
Sono nata con una grande passione: giocare a calcio. Per me è una cosa naturale, mi è sempre piaciuto. Da quando ho ricordi è sempre stato così. E non parlo di guardare, ma di giocare. E per giocare a calcio, gioco forza, non potevo che giocare con i “maschi”. In particolare, durante i pomeriggi estivi passavo il mio tempo a giocare nel campo di calcetto della parrocchia (a dirla tutta era un campo da calcio poi trasformato in un campetto per calcio a 5). Si dovevano fare le squadre da cinque giocatori e dovevamo fare i turni da quanti eravamo. Dovevo sgomitare ed era dura farsi accettare. Io l’ho sempre dato come un diritto scontato fregandomene altamente degli sguardi strani, della diffidenza. Ed era dura soprattutto quando ti accorgevi che qualcuno ti ignorava e non ti passava mai la palla, in quanto “femmina”. Tuttavia, poco importava se comunque potevo tirare calci al pallone. Io mi divertivo. Alla fine era un dato di fatto, c’ero anch’io, nessuno poteva mandarmi via. Tutti avevano il diritto di giocare e i più intelligenti lo capivano anche, così mi ero fatta anche alcuni amici, quelli mi rispettavano e a dirla tutta, in realtà, - anche se di malavoglia o senza darlo troppo a vedere - lo facevano anche gli altri.
Da parte mia ho sempre pensato che il tempo del maschilismo fosse cessato e che, in un mondo ‘evoluto’, la parità doveva essere la regola. Non volevo né pietà né compassione, mi ponevo allo stesso livello e basta. Andavo avanti a muso duro. Se a me piaceva giocare ne avevo il diritto che fosse con i maschi o con le femmine non aveva importanza, volevo solo e soltanto divertirmi praticando lo sport che amavo e così quel diritto me lo sono sempre presa e basta. Ho solo affermato pienamente un diritto che avevo. Di sicuro, pur con un po’ di timidezza, non mi sono mai tirata indietro e ho affrontato la situazione con coraggio, quasi con spavalderia, e questo perché dentro di me avevo quella passione.
Questo accadeva 25/30 anni fa. Eppure per molti ancora oggi non è così e insistono nei loro pregiudizi. Ecco perché noi, “ragazze del pallone”, ci siamo entusiasmate tanto per i mondiali di calcio femminile o meglio per la diffusione e il seguito che hanno avuto. Ci siamo entusiasmate a vedere la nostra nazionale arrivare ai quarti di finale e perdere solo con una delle finaliste. Siamo state entusiaste e orgogliose. Ci siamo entusiasmate che la Rai, dopo anni (tanti anni), si sia degnata di trasmettere le partite della nostra nazionale in diretta su Rai1. Questo equivale a dare importanza e a fare un piccolo sforzo per diffondere uno sport poco conosciuto finora, relegato ad un trafiletto negli ‘altri sport’. Sempre più praticato, ma ancora con tanta strada da fare. Ci siamo entusiasmate leggendo il numero dei telespettatori che hanno guardato le partite. (Per un approfondimento vi consiglio di cercare in rete - fb o instagram - “Fuorigioco di e con Giorgia Mazzucato - una produzione Shakespeare’s Box” - lei è un’attrice, ma soprattutto era una mia compagna di squadra). Bisogna anche capire che solo negli ultimi anni il calcio femminile ha avuto un forte sviluppo. So di squadre che affrontano campionati di serie B con trasferte in Sardegna pagandosi l’aereo di tasca propria o lo fa la società con grandissima difficoltà. Addirittura alcune società, pur con giocatrici di talento, alla fine non riescono a sostenere i costi e devono sciogliere le squadre. Eppure in tutto questo, anche con tutti questi ostacoli da superare, c’è ancora tanta passione. La squadra della mia città ha come sponsor l’Associazione Volontari Italiani del Sangue (Avis) per la quale organizza iniziative che hanno come scopo la beneficenza. C’è tanto sport ‘pulito’ e genuino nonché divertente per chi lo pratica. Aspetti che raramente si vedono nel calcio maschile professionistico, dove tutto ruota solo intorno ai soldi. Quindi si va da un’estremo all’altro. Il calcio femminile aspira al professionismo, ma sarebbe bene che non si trascinasse dietro anche gli aspetti negativi che si vedono ‘dall’altra parte’.
Personalmente, il calcio femminile vero e proprio l’ho conosciuto ai tempi dell’Università quando ho iniziato a giocare in una squadra, con tanto di allenamenti e partite di campionato (regionale). Ricordo la prima volta che ho messo la divisa, pantaloncini, calzettoni (con tanto di ghette e parastinchi, che non avevo ancora mai usato) e le scarpe da calcio (quelle con i tacchetti che nel campo in erba artificiale non servivano)! All’inizio mi sentivo quasi ridicola, ancora non a mio agio in quelle vesti, poi, partita dopo partita è diventato una cosa normale. Ho sempre avuto sia le scarpe con i tacchetti da 13 che quelle con quelli da 6 e me le sono sempre pulite con il grasso di foca e mi sostituivo i tacchetti con l’apposito attrezzo. Però anche lì, spesso la squadra di calcio femminile è sempre la cenerentola di tutte le squadre della società, o, almeno, all’epoca era così. Bisogna capire in quali “campi di patate” ci facevano giocare. Capire quali spogliatoi ci venivano riservati (anche se quelli li usavano anche i maschi). A mala pena riuscivi ad avere le divise per la partita di campionato e, solo in seguito, se andava bene, le tute da allenamento, il berretto e i giubbotti invernali. Qualche piccolo coraggioso sponsor, l’amico dell’amico o i genitori di qualche compagna di squadra. Ringrazio ancora il padre della mia compagna Gigia, una davvero forte - all’epoca tra le più giovani - grazie al quale abbiamo avuto una bellissima divisa, ognuna con il suo numero e poi, alla fine della stagione, ce le ha anche regalate. La conservo gelosamente ed è un bellissimo ricordo tangibile di quegli anni. Eppure, pochi anni prima, il nostro bomber (nella prima squadra in cui ho giocato) invece che il 10 aveva dovuto indossare lo 0 e si era arrabbiata tantissimo (giustamente..era ed è una ragazza di grande talento che ha chiuso la carriera in serie A futsal e ora fa l’allenatrice).
Pensare che i primi anni ho fatto anche tanta panchina, però, posso dire che alcune compagne giocavano o hanno giocato successivamente in serie A (quindi loro erano davvero brave). Non mi è mai interessato neanche di non essere talentuosa o tra le migliori, perché a me piace giocare e basta. Ironia della sorte, nell’ultimo anno in cui ho giocato, scendevamo in campo anche in 10 perché non eravamo abbastanza la domenica! Cose che capitano nel calcio femminile. L’anno successivo, quello in cui ho dovuto lasciare la squadra (dopo aver avuto una figlia), mi sarebbe bastato non dico giocare gli ultimi 5 minuti del secondo tempo, ma anche solo andare a dare il te durante l’intervallo pur di stare ancora un po’ insieme alle mie compagne e vivere ancora quelle sensazioni.
Quello che hai dentro non si esaurisce se è una vera passione, continui ad emozionarti vedendo un pallone o un campo da calcio e ricordi subito il profumo dell’erba, le partite sotto la pioggia, ricordi quando hai perso 8 a 2, ma era il tuo primo e ultimo gol realizzato in campionato e quella volta in cui hai pareggiato (ma tutti si aspettavano che perdessi) contro una squadra nettamente più forte in cui giocavano alcune ex compagne che se ne erano andate,l’orgoglio di allenarti con il brutto tempo se domenica si gioca con la prima in classifica, la gioia per aver vinto il campionato, quel correre palla al piede sperando di fare un bel passaggio, quel mettere tutto il tuo cuore nel calciare il pallone, quel non rendersi conto che la partita è già finita perché vorresti continuare ancora, anche se senti la stanchezza sulle gambe e tutte le mille emozioni dell’essere ‘squadra’.
Giulia