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Il tema del mese - Nodi di dire

(si ringrazia per la bellissima espressione un refuso di Emanuele).

Per lavoro spesso mi sono trovata a dover utilizzare un linguaggio formale, e ho imparato a scrivere frasi pompose di poco significato; e soprattutto ho imparato a leggere il burocratese, una lingua difficile e mai stata viva, inutilmente pesante, frustrante nella sua complessità e soprattutto nella sua mancanza di soddisfazione finale: una volta che hai capito, la reazione è sempre la medesima, “tutto qua”?

Di mio, però, ho comunque sempre amato la semplicità, e ho scoperto negli anni di studio che chi ha veramente capito non usa tanti paroloni. I discorsi complicati servono a chi è insicuro per confondere un po’ le acque, in modo che l’attenzione si focalizzi sulla forma – e lì si incagli, nel tentativo inutile e forse impossibile di districarsi tra presunte grandi verità – senza arrivare mai alla sostanza, spesso molto più scarna di quanto promesso. I professori all’università dovevano spiegare paradossi logici e moti dello spirito, non proprio robetta: ho imparato a distinguere quelli che mi facevano capire da quelli che non avevano capito nemmeno loro, e una delle grandi differenze era proprio il livello di semplicità del linguaggio utilizzato.

La forma ha una grande importanza: argina un pensiero confuso, lo ordina, ne sottolinea i confini, permette di evidenziare i particolari, nascondere le brutture; ma la forma non è per forza una forma complicata. Anzi, penso che bellezza e semplicità vadano a braccetto, e portino alla profondità. Riempirsi la bocca di tanta pompa spesso stona, e le parole suonano vuote.

Altro discorso è l’influsso delle lingue straniere. Non si arresta (non lo fa, e non si può) e non è detto che vada a impoverire l’italiano, se restiamo utilizzatori consapevoli della nostra lingua. A ognuno di noi, poi, può piacere o dispiacere qualcosa di diverso e di specifico.

Per esempio, se “scannerizzare” è poco carino, “lovvare” a me fa venire l’orticaria; eppure, più di una persona (con figli adolescenti o pre adolescenti, non so se c’entri) mi ha detto o scritto “ti lovvo” e io non ho alcun dubbio che intendessero esprimermi amore, cosa che comunque mi ha fatto piacere – continuo a trovare orribile l’espressione, però. Si può dire che l’italiano non abbia una valida alternativa perché “ti voglio bene” non è la stessa cosa, e forse siamo troppo impauriti dalla parola “amare” – forse abbiamo paura del verbo amare, perché indica un’azione che in qualche modo può comportare una assunzione di responsabilità, come se ci legasse, ci impegnasse, più di quanto siamo disposti a concedere; mentre magari lovvare, suvvia, cosa sarà mai. Chissà. Forse dirlo in inglese ci protegge dall’imbarazzo, forse le mie sono solo seghe mentali – assai probabile, conoscendomi – e si tratta semplicemente di una moda giovane che gli adulti hanno acquisito per osmosi. Resta il fatto che se devo dire a qualcuno che lo amo, dire “ti lovvo” non mi basterebbe.

L’occasione mi è gradita per porgervi

Distinti saluti.

Elena

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Vi è – ahimè – un cospicuo numero di persone che utilizzano espressioni inutilmente complicate , oppure inutilmente mutuate dalla lingua inglese, anziché esprimersi con un semplice, gradevole italiano.

Perché essi lo facciano (ignoranza? Sottile sadismo?) lo ignoro.

Ad esempio:

Con la presente, sono a comunicarle che non ho ancora avuto riscontro della mia precedente istanza (= sbrigati a rispondermi!);

Visita il nostro show room, iscriviti alla nostra newsletter e riceverai tutte le nostre news! (perché dire “salone”o “notizie” pare brutto?);

Concediti una giornata di relax nel nostro centro wellness (“rilassati nel nostro centro benessere” non va bene?).

Per non parlare, poi, di orrendi miscugli angloitalici quali “scannerizzare” al posto di scansionare o digitalizzare.

Non pretendo che anziché “aprire un file Microsoft Word” diciamo “aprire una cartellina Micro soffice Parola”, ma, quando è possibile, usiamo la nostra splendida lingua (e non solo per baciare)!

Italiano, già… Personalmente, adoro anche l'inglese, ma detesto i mix, pardon (pietà!) i miscugli: piuttosto preferisco dire una frase in italiano e una in inglese, evitando mix, scannerizzazione, news (fake o fucking che siano).

Talvolta, ciononostante, mi sono sorpreso da solo ascoltandomi pronunciare frasi quali: “hai news?”; “buon week-end”, ecc. Cioè – ahimè – predico bene e razzolo male, si direbbe.

Per farmi perdonare, vorrei attirare la vostra attenzione su questa piccola curiosità: non solo “buon week-end” non è italiano, ma neppure “buon fine settimana” lo è davvero.

Infatti, “fine” in questo caso è femminile, dovremmo dire meglio: “buona fine di settimana!”.

In realtà, fine-settimana è un termine tradotto dall'inglese week-end, e le parole straniere quando entrano nella nostra lingua diventano molto spesso maschili.

Insomma, certe parole diventano pure trans. Che cosa direbbe Dante? Forse:

O purista della lingua, non ti crucciare:

Vuolsi così colà dove si puote

Ciò che si vuole, e più non dimandare.

(Petaloso: ma vi rendete conto? )

 

Emanuele

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Mi inserisco nel discorso soffermandomi in particolare sull’uso degli acronimi, sigle, abbreviazioni.

Basti pensare alla scuola, lo sapete che non si insegna più religione, inglese, tedesco o ginnastica, ma IRC, L1,L2 e attività motoria. E questo non è che un piccolo esempio molto banale. Eppure, allo stesso tempo, sufficiente a rendere l’idea.

Sinceramente ritengo poco opportuno che ci sia chi comunica per sigle anche in presenza di non addetti ai lavori, ovvero quando ci si rivolge a persone che non fanno parte di un certo ambiente. Non si può pretendere che una persona possa conoscere tutti i linguaggi tecnici e sia esperta in ogni campo. Quando si usa un linguaggio tecnico, pieno di sigle e acronimi, con qualunque interlocutore lo si esclude dalla conversazione senza rendersene conto. Si consideri, tra l’altro, che non è insolito trovare la medesima abbreviazione utilizzata con significati diversi in diversi ambiti.

Mi infastidisce quando tali linguaggi sono utilizzati con disinvoltura anche in testi divulgativi o nella modulistica rivolta al pubblico che, conseguentemente, fatica nell’accesso a determinati servizi.

In altre parole, se un uso della lingua ‘semplificato’ può agevolare un discorso tecnico e specialistico, il medesimo linguaggio deve essere limitato e non può essere utilizzato al di fuori di determinati contesti, né nei confronti di persone che si occupano di altre materie. Talora sembra di aver bisogno di un decodificatore prima di riuscire a comprendere le innumerevoli e davvero eccessive sigle utilizzate in alcuni testi e contesti.

Altra usanza che non gradisco è l’imperversare di termini in inglese, soprattutto è davvero di cattivo gusto quando ad un convegno ci si trovi di fronte una relazione in inglese intervallata da qualche parola in italiano, invece che il contrario. L’uso eccessivo di termini in lingua straniera, per lo più in inglese, laddove si possono benissimo usare termini italiani, è un eccesso di cattivo gusto. Immagino che molti non saranno d’accordo e mi daranno per una persona poco aggiornata che dovrebbe stare al passo con i tempi e forse è così, ma non è l’unico punto di vista da cui si può vedere questo fenomeno. Concordo che alcune espressioni in una lingua diversa dalla nostra siano più corrette o rendano meglio, ma questo vale anche per il latino e il dialetto, ad esempio. Quando un termine o un’espressione nasce ‘straniera’ è giusto che tale rimanga. Tuttavia, in molti casi basterebbe una traduzione per rendere il discorso accessibile a tutti in modo immediato, mentre utilizzando solo termini stranieri si finisce per essere (probabilmente volutamente) poco comprensibili. Bisogna capire quando l’uso di un’altra lingua è superfluo in italiano o se davvero nessun termine tradotto non possa rendere lo stesso significato.

 

Giulia