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Il tema del mese - Privacy: tutela reale o apparente?


Un pomeriggio piovoso ho passato un’ora su internet cercando un appartamento per il week end successivo – avevo un corso in un’altra città, mi serviva un posto comodo dove dormire. Sono cose che facciamo tutti, e tutti i giorni, ormai: booking mi propone tutto quello che mi serve, lo spazzolino elettrico di amazon costa meno di quello della farmacia, ibs fa un sacco di sconti, il corriere mi porta a casa tutto senza che io faccia alcuna fatica. Quello di cui oggi volevo parlare non è quanto triste sia, con tutta questa tecnologia, perdere i contatti umani – la consulenza di un professionista, un consiglio, un confronto – anche perché la vera tristezza è, secondo me, che i contatti umani sono per la maggioranza già persi; quello di cui oggi vorrei parlare è invece la precisione con cui, una volta che io ho scelto il mio prodotto da acquistare, quando apro una qualsiasi pagina di internet mi compare la pubblicità di quel prodotto. E tu come cazzo fai a sapere che mi serve? Non sto dicendo che sono così ingenua da non immaginarlo. Sto dicendo che chiunque sa i fatti miei, è evidente, ed è anche paradossale: perché mai come oggi firmiamo moduli su moduli che parlano di privacy per qualsiasi cosa facciamo. Pensiamo di firmare perché la nostra privacy sia tutelata, ma scopriamo che non è così. Forniamo informazioni personali – numero di telefono, colore dei capelli, preferenze cinematografiche, chili da perdere o da prendere - anche solo per chiedere, a nostra volta, informazioni, in una spirale infinita che ci fa dimenticare che cosa stavamo cercando e che spesso ci scoraggia, ma troppo tardi!, perché senza accorgercene abbiamo appena dato il consenso a una società che fornisce piastrelle a prestare il nostro numero di telefono a qualcun altro che ne farà buon uso, a tutte le ore, ma specialmente a ora di cena. In piccolino, in una delle centinaia di pagine che ci fanno firmare, c’è spesso scritto qualcosa riguardo a questo; e anche on line, nei vari “consenti” - che tanto poi, se non consenti, non puoi fare nulla: non puoi fare i test sulla personalità per capire cosa farai da grande o se staresti bene con le lentiggini, non puoi chiedere un preventivo su subito.it e scoprire quanto poco costa l’assicurazione; non puoi nemmeno iscriverti a un corso on line sulla privacy. E naturalmente, oltre a tutte queste porcherie scritte in piccolo, c’è anche lo scambio di dati, non scritto, non legale (non sono un’esperta, ma dubito che qualcuno possa smentirmi): elenchi di numeri che vengono passati da una società all’altra, venduti, prestati, regalati, non importa; adesso hanno il tuo numero e senti, ti sta squillando il telefono, rispondi?
Elena

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È da tre giorni che mi chiamano da un prefisso 011, e io non rispondo.
Non mi fido. Sarà sicuramente qualcuno che vuole propormi, con gentile risolutezza, un nuovo gestore telefonico, oppure di acqua, luce, gas, Fastweb, Sky e quant'altro.
Premetto che non voglio spendere soldi in nuovi abbonamenti, né spender tempo a calcolare se mi conviene cambiare gestore di qualcosa (se mi interessasse, mi sarei informato per conto mio!).
Che una persona a cui non ho mai dato il mio numero di cellulare mi telefoni per vendermi qualcosa mi pare una grave violazione della mia privacy. Non ho difficoltà a divulgare il mio numero ad amici, persino a conoscenti, se mi stanno simpatici.
Ma chi invece entra in casa mia, o in qualsiasi altro luogo io mi trovi nel momento della chiamata, senza permesso, ecco, è in grado di suscitare in me un improvviso furore, forse retaggio di un antico istinto di far rispettare i propri confini a qualsiasi costo.
E comunque, mica è colpa loro se fanno quel lavoro, e non sarebbe giusto mandarli a quel paese.
Perciò, piuttosto non rispondo.
Ma in questo caso, vinto dalla curiosità (e se fosse una telefonata importante? Come quella volta che mi hanno chiamato da Milano, ed era un ufficio della mia banca, e mi avevano clonato la carta. Val la pena rispondere, ogni tanto), dopo la terza chiamata decido infine di rispondere.
Voce femminea, di consumata gentilezza ed esercitata pazienza. Ragazza dell'est.
“Salve, sono Ramona e chiamo per conto della Riello, stiamo facendo una promo…”
Eh no, porcaccia vacca! Mi sale una rabbia atavica, ma lei non ha colpa, ed è tanto gentile. Spero capisca che non ce l'ho con lei, quando rispondo:
“Grazie, non m'interessa! E comunque, chi le ha dato il mio numero?”
“Come, scusi?”, risponde, sinceramente stupita, la ragazza.
“CHI LE HA DATO IL MIO NUMERO?”
“ENI Energia, sa, lei è cliente e loro ce l'hanno passato, ma…”
“Va bene, allora me la vedrò con loro”.
Sono loro, i biechi invasori della mia privacy, e chissà quanti altri.
Ma vi pare normale una cosa del genere?

Emanuele
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Oggi parliamo di un avere propria ingiustizia. Nel 2003 è stata pubblicata in Italia una legge (ovvero una raccolta delle leggi esistenti tramite un ‘Testo Unico’ - per usare un linguaggio tecnico - così denominato perchè riunisce la normativa vigente in materia accumulatosi nei precedenti anni) con il titolo specifico di “codice per la protezione dei dati personali” (comunemente noto anche come “codice della privacy”) con lo scopo dichiarato di tutelare la nostra privacy. Inizialmente è stata accolta favorevolmente perché si auspicava ponesse fine a certi comportamenti che potevano ledere il nostro diritto a mantenere una certa riservatezza nella diffusione delle informazioni personali che ci riguardano. Eppure, a distanza di anni e ancora di più dopo la recente introduzione del regolamento europeo, parzialmente abrogativo della nostra legge, la sensazione è diametralmente opposta. Proprio una legge che avrebbe dovuto avere come scopo la tutela del nostro diritto alla privacy, sembra andare nella direzione opposta e aver tradito il suo scopo. unica consolazione è che adesso lo chiamano con un acronimo anonimo “GDPR”!
La sensazione spesso è quella di essere presi in giro. Le applicazioni pratiche della normativa vanno in senso diametralmente opposto alla ratio della legge. Una miriade di moduli, di richieste, di autorizzazioni che diventano irritanti. Tale eccessivo formalismo e burocratizzazione risulta inutile e inefficace perché, in realtà, il consenso che ci chiedono è ‘obbligato’. La possibilità di scegliere è solo apparente. Infatti, se non forniamo quei dati non possiamo accedere ai servizi. Più che una tutela al diritto alla riservatezza, si tratta di una legge volta, piuttosto, a consentire a terze persone, a enti pubblici o privati, di ottenere una giustificazione nel possedere i nostri dati e a consentire di sfruttarli ai propri fini commerciali e di lucro o, in ogni caso, per i propri interessi di parte.
Ultimamente è noto che spesso, attraverso questo meccanismo, viene eseguita addirittura la c.d. ‘profilazione’, ovvero un’autentica scansione dei nostri dati che permette di elaborare un profilo caratteriale e così classificarci e catalogarci. Ma tranquilli…abbiamo dato il consenso! Alla faccia della tutela, si tratta di una vera e propria invasione della nostra personalità, dei nostri interessi...una violazione non tanto dei nostri dati, ma della nostra stessa persona e dei nostri stessi pensieri.
Questo cercare di ‘entrare nella nostra testa’ e di capire quali siano i nostri desideri senza che noi li esprimiamo e tutto questo ‘controllo’ dall’esterno spaventa. Ancora di più spaventa pensare che venga fatto al misero scopo di venderci qualcosa. E spaventa perché è un modo subdolo di indirizzare i nostri pensieri di orwelliana memoria.
Ci sentiamo in trappola. Anche se non avessimo nulla da nascondere, il fastidio e il senso di impotenza è grande. Ci sentiamo vittime di un sistema più grande di noi, al quali sembra impossibile opporsi o ribellarsi. Chi cerca di fermare o anche solo di bloccare questo ingranaggio, è consapevole di venire isolato. È consapevole che quel blocco, sebbene positivo, sarebbe influente, rimarrebbe una protesta inefficace nel sistema globale e non andrebbe a colpire nel segno, anzi, farebbe solo in modo di escluderci. Già, perché rifiutare questo sistema vuol dire essere fuori e se può far piacere e andare bene a chi voglia vivere da eremita, non può permetterselo chi è inserito perlomeno nel mondo del lavoro.
Non mi piace concludere con questo breve articolo con un tono di rassegnazione, per cui ci metto un po’ di speranza, perché sono sicura che riusciremo a trovare un modo per dimostrare la nostra indignazione e per far capire che un mondo che va così non ci piace, incominciando, almeno dove è possibile, dal dire un semplice “no” a delle richieste che ormai sembrano - per alcuni o per chi la prende in modo superficiale - scontate e dovute, dicendolo però con un sorriso e con gentilezza.